di Mario Di Vito
Il Manifesto, 6 maggio 2025
L’autodifesa si intreccia con le conclusioni in arrivo del tribunale dei ministri. La memoria inviata alla Cpi decisiva per chiarire le possibili omissioni. Il caso Elmasry è arrivato a un doppio bivio giudiziario. Da un lato c’è la procura della Corte penale internazionale che vuole deferire l’Italia al Consiglio di sicurezza dell’Onu per non aver eseguito il mandato d’arresto spiccato nei confronti del torturatore libico, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Dall’altro c’è il tribunale dei ministri, il cui lavoro è agli sgoccioli, che dovrà decidere se archiviare l’indagine o chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti della premier Meloni, del sottosegretario Mantovano e dei ministri Nordio e Piantedosi per peculato, favoreggiamento e omissione d’atti d’ufficio (questo solo per il Guardasigilli).
Ieri, in anticipo di un giorno sull’ultima scadenza concordata, il governo ha inviato la sua memoria difensiva ai giudici dell’Aja. Il testo è stato stilato a palazzo Chigi e raccoglierebbe in buona sostanza quanto già detto da Nordio e da Piantedosi. L’accusa della Cpi è di non aver rispettato l’obbligo di collaborazione e di aver consentito a Osama Elmasry di tornare serenamente Libia, peraltro a bordo di un aereo di stato messo a disposizione la sera stessa della scarcerazione.
Era il 21 gennaio quando la Corte d’Appello di Roma ha disposto la liberazione di Elmasry a causa della “irritualità dell’arresto” dovuta alla mancata interlocuzione con il ministero della Giustizia. Il fermo era avvenuto due giorni prima, a Torino, in esecuzione di una red notice diramata dall’Interpol il 18 gennaio. La questione delle date è dirimente: Elmasry era arrivato in Europa il 6 gennaio, partito da Tripoli verso Londra, con scalo a Fiumicino. Dopo essersi trattenuto nel Regno Unito fino al 13 gennaio, poi si è diretto a Bruxelles e il 16 gennaio è andato in Germania. L’ultima tappa prima di tornare a casa, in Italia, è stata all’Allianz Stadium di Torino per assistere alla partita di campionato tra la Juventus e il Milan.
Il mistero è tutto nei rapporti che non ci sono stati tra la Corte d’Appello di Roma - competente sul caso - e il ministero della Giustizia, che pur sollecitato non ha mai risposto, portando i giudici, su richiesta del procuratore generale, a dichiarare il non luogo a procedere. Per Nordio l’atto della Corte penale internazionale presentava “gravissimme anomalie” tali da renderlo “radicalmente nullo”. Il nodo è nella legge 237 del 2012 secondo cui è il ministero della Giustizia a curare “in via esclusiva i rapporti di cooperazione tra lo Stato italiano” e L’Aja.
In questo caso, però, via Arenula sostiene di essere stata esclusa sin da quando, alle 9 e 30 del mattino del 19 gennaio, la Digos di Torino ha tratto in arresto il libico. Di più, la comunicazione “pervenuta al ministero ad arresto già effettuato” avrebbe avuto diversi vulnus non solo formali. Ad esempio non era stata inviata l’opinione dissenziente all’arresto della giudice messicana Maria del Socorro Flores Liera, ma solo quella (favorevole) stilata dagli altri due membri del collegio. La Cpi, però, ribatte che l’Italia era stata informata del caso Elmasry già il 18 gennaio, quando un funzionario era stato mandato a consegnare l’incartamento all’ambasciata dell’Aja. Nordio, ad ogni buon conto, nega che si tratasse di una “richiesta di merito” e quindi non si può parlare di negligenza da parte sua, anche perché “c’erano criticità che avrebbero reso impossibile un’immediata richiesta alla Corte d’appello”.
A questo passaggio è appesa anche una parte della decisione che dovrà prendere il tribunale dei ministri: c’è stata o no omissione d’atti d’ufficio da parte del ministero della Giustizia? La chiave del mistero è tutta in una spiegazione che sin qui nessuno ha dato: perché da via Arenula nessuno ha contattato la Cpi per chiedere delucidazioni sugli aspetti poco chiari del mandato d’arresto? I recapiti - email e numero di telefono - erano indicati nei documenti. Ma nessuno ha scritto e nessuno ha telefonato. E così Elmasry è tornato a Tripoli da uomo libero.











