di Mario Di Vito
Il Manifesto, 24 aprile 2025
Il tribunale dei ministri verso la chiusura del fascicolo. Una decisione politica alla base del rilascio del boia. Anche la Cpi attende il governo. Il pomeriggio di martedì 21 gennaio era tutto pronto in via Arenula: il Dipartimento affari di giustizia aveva preparato le carte richieste dalla Corte d’appello di Roma per confermare l’arresto, avvenuto due giorni prima a Torino, del capo della polizia giudiziaria libica Osama Elmasry, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Il ministro Carlo Nordio, però, ha deciso di non firmare e così, dando seguito al parere del procuratore generale, ai giudici non è rimasto che dichiarare il “non luogo a provvedere”, con conseguente scarcerazione dell’aguzzino e rapidissimo rimpatrio a Tripoli a bordo di un volo di Stato.
Queste sono le conclusioni fattuali alle quali, dopo aver acquisito tutti i documenti del caso e aver ascoltato diversi funzionari del ministero della Giustizia e del Viminale, sarebbero arrivate le tre giudici del tribunale dei ministri - Maria Teresa Cialoni, Donatella Casari e Valeria Cerulli - che entro martedì dovranno decidere se archiviare o meno il fascicolo aperto dal capo della procura di Roma Francesco Lo Voi per favoreggiamento e peculato a carico della premier Meloni, del sottosegretario Mantovano e dei ministri Nordio e Piantedosi. Il problema vero è tutto di natura procedurale e riguarda l’incrocio tra l’articolo 716 del codice di procedura penale (che impone di consultare il ministero della Giustizia per le convalide degli arresti eseguiti nei casi d’urgenza) e la legge numero 237 del 2012 sulle modalità di esecuzione della cooperazione giudiziaria, che all’articolo uno dice che il Guardasigilli “dà corso alle richieste formulate dalla Corte penale internazionale” e all’articolo 4 attribuisce le competenze in materia alla Corte d’Appello di Roma. Insomma il margine per sostenere che le mancate risposte alle sollecitazioni della Corte da parte di Nordio siano state decisioni politiche esiste, e questa potrebbe essere la via di fuga per il governo, cioè la considerazione che chiude il fascicolo senza conseguenze.
Il problema è che, sin qui, tra i vari interventi che si sono susseguiti dentro e fuori dal Parlamento, i ministri che si sono esposti sul caso Elmasry si sono sempre ben guardati dall’ammettere che la sua liberazione e il suo rimpatrio fossero scelte politiche. Anzi, Nordio ha sempre sostenuto di essere stato assalito da una considerevole quantità di dubbi legali sulle carte prodotte dall’Aja sul boia di Tripoli. Quello che il Guardasigilli non è mai stato capace di spiegare, in questo quadro, è perché non abbia fatto una telefonata alla Cpi per sanare le supposte anomalie: sui documenti arrivati in via Arenula, infatti, erano presenti sia un numero sia un indirizzo email ai quali rivolgersi in caso di dubbi. Nordio, però, ha ignorato la cosa, trincerandosi dietro i cavilli che a suo dire rendevano irricevibili le richieste dell’Aja. Fatto sta che la Cpi ancora aspetta che l’Italia presenti una sua memoria difensiva per spiegare i motivi della mancata esecuzione del provvedimento d’arresto. Il governo ha chiesto una proroga fino al 6 maggio. Inizialmente i tempi erano più stretti (la prima scadenza era al 17 marzo, poi al 17 aprile) ma tra il viaggio a Washington di Meloni e il fatto che c’è un procedimento in corso in Italia - quello davanti al tribunale dei ministri -, il governo è sempre riuscito a evitare di fornire la sua versione della storia. Quello che più si teme, da palazzo Chigi in giù, è infatti il fascicolo italiano, che potrebbe portare a un’inchiesta “vera” dalle conseguenze non del tutto prevedibili. Aprire un contenzioso con la Corte penale internazionale, invece, per quanto non semplicissimo, potrebbe diventare questione di carattere politico, cogliendo anche il vento che in tutto il mondo spira da destra contro le istituzioni internazionali.
Le preoccupazioni sul fronte interno, peraltro, si riflettono pesantemente anche sulla burocrazia del ministero della Giustizia. Dopo l’addio del capo del Dipartimento affari giudiziari Luigi Birritteri, anche il capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria Gaetano Campo è sul punto di andare via. Il 14 aprile scorso ha fatto richiesta per rientrare in ruolo in Veneto. La decisione definitiva, per entrambi, passerà per il vaglio del Csm.











