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di Andrea Carugati

Il Manifesto, 16 luglio 2025

In arrivo il verdetto del tribunale dei ministri. Meloni e alleati vogliono negare l’autorizzazione a procedere. E hanno i numeri per farlo. Le opposizioni chiedono che il ministro torni in Parlamento: “Ha mentito, non può restare”. Dal governo un altro no: “C’è il segreto istruttorio”. “Non è né utile né opportuno che il governo riferisca su cose che peraltro non conosce, riferirà alla conclusione dell’indagine, quando ci saranno degli elementi utili per il confronto parlamentare, prima non avrebbe senso”. Luca Ciriani, ministro per i rapporti con il Parlamento, replica con un secco no all’ennesima richiesta delle opposizioni, formulata ieri durante la capigruppo del Senato, di poter risentire il ministro della Giustizia nelle aule parlamentari sul caso Elmasry.

Al governo non bastano le notizie uscite sullo scambio di mail tra dirigenti del ministero di via Arenula, che dimostrano come la capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, sapesse già da domenica 19 gennaio che l’uomo arrestato a Torino era ricercato dalla Corte dell’Aja. Lo stesso Nordio replica in forma scritta all’interrogazione di Italia Viva, che chiedeva di sapere “perché il ministro ha mentito in aula lo scorso 5 febbraio 2025” e “se e quando il capo di gabinetto, dottoressa Bartolozzi, ha parlato della questione col sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano”. “Trattasi di circostanze coperte da segreto istruttorio”, la replica del Guardasigilli, che si presta alle ironie di Renzi: “Una barzelletta che non fa ridere. Che Nordio abbia mentito ormai è un segreto di Pulcinella, non un segreto di Stato”.

Il ministro della Giustizia attende a giorni (forse già oggi) la decisione del tribunale dei ministri che ha indagato su di lui e altri tre membri del governo, Meloni, Piantedosi e Mantovano, sul caso del torturatore libico rispedito a casa con un volo di Stato. La sua posizione, con l’ipotesi di omissione di atti d’ufficio (gli altri tre sono indagati solo per favoreggiamento e peculato), è la più delicata: fu lui a non dare corso, tra il 19 e il 20 gennaio, alla richiesta di arresto della Corte penale internazionale per il generale libico.

Difficile che l’ex magistrato vada a processo: se non ci sarà una richiesta di archiviazione, sarà il Parlamento a dover dare l’autorizzazione a procedere, o negarla nel caso in cui la Camera ritenga che l’inquisito “abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante”. E la maggioranza di centrodestra ha già fatto sapere che sarà questa la prossima eventuale trincea per la difesa di Nordio. Con tempi lunghi. Se la procura di Roma, una volta ricevuti gli atti dal tribunale dei ministri, inoltrerà la richiesta di autorizzazione alla Camera, la giunta per le autorizzazioni avrà 60 giorni di tempo per votare un parere. Per poi passare all’aula. Ma è chiaro che una decisione del genere esporrebbe Nordio a due mesi di tritacarne politico e mediatico, mentre la riforma della giustizia (con la separazione delle carriere) è in attesa del via libera del Senato che arriverà il 22 luglio (ma servono altre due pronunce delle Camere prima del via libera definitivo).

L’intreccio tra le due partite, riforma e caso Elmasry, è dunque inevitabile. “Chi scrive una riforma costituzionale deve essere credibile e autorevole. Invece Nordio ha mentito al Parlamento”, attacca la vicepresidente del gruppo M5S Alessandra Maiorino. Così anche il capogruppo Pd in commissione giustizia Federico Gianassi: “Le deboli argomentazioni difensive del ministro sono risultate contraddittorie e prive di credibilità. Le ipotesi sono due, entrambe inaccettabili: o non governa il ministero, oppure era al corrente e ha mentito al Parlamento. In entrambi i casi, la sua permanenza al vertice del dicastero della Giustizia è ormai insostenibile”.

“Nordio la sua verità la sa. Perché non viene a dirci quello che sa? Non c’è nessun motivo per aspettare gli atti del tribunale”, insiste Stefano Patuanelli dei 5s. “Il Parlamento merita trasparenza immediata”. Peppe De Cristofaro di Avs allarga le accuse: “Il Parlamento viene tenuto volutamente all’oscuro. È come se ci fosse solo il governo: il premierato c’è già”.

C’è poi la grana Pnrr: l’Italia rischia di dover restituire diversi miliardi per il mancato raggiungimento, entro giugno 2026, di uno dei quattro obiettivi sulla giustizia, la riduzione del 40% della durata media dei processi civili. Al momento è stato raggiunto solo il 20% di quanto richiesto dalla Ue, come denunciato nei giorni scorsi dall’Ann. E oggi il plenum del Csm discute una delibera proprio su questo tema. Non certo tenera verso il governo.