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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 28 ottobre 2026

La relazione nelle mani dei pm di Bologna individua tre elementi che condussero al decesso durante l’intervento della polizia: in bilico lo “scudo” per gli indagati. Lo schiacciamento subito durante il fermo fu certamente una concausa della morte di Abderrahim Fakir. Lo scrivono i consulenti della procura di Bologna nella relazione depositata oggi negli uffici di via Garibaldi. Come ha anticipato Repubblica, accanto al peso sul corpo, i periti mettono altri due fattori: l’assunzione di cocaina e le condizioni di salute generali del 42enne, cuore compreso. Domani i magistrati si riuniranno per decidere come procedere nei confronti delle sei persone coinvolte. E dovranno farlo entro il 19 novembre.

Il termine iniziale per il deposito era il 21 ottobre. Il collegio ha chiesto e ottenuto cinque giorni in più, poi ha consegnato il documento finale, dove confluiscono gli esiti di tutti gli accertamenti disposti dal giorno della morte: l’autopsia, i test tossicologici, gli esami specifici sugli organi, compreso il cuore. A firmarlo sono il medico legale Valentina Bugelli, la patologa cardiovascolare dell’Università di Padova Cristina Basso, l’anestesista di Careggi Manuela Bonizzoli e il tossicologo dell’Università di Pavia Luca Morini. L’autopsia era stata eseguita il 24 luglio all’istituto di Medicina legale del Sant’Orsola, sei ore di esame. Per la famiglia ha seguito gli accertamenti il medico legale Vittorio Fineschi, per gli agenti Matteo Tudini.

Le risposte ai quesiti dei pm occupano 80 pagine, oltre alla parte che riporta i risultati delle analisi. Dalla procura la definiscono una perizia “esaustiva che non lascia dubbi sulle cause della morte”. A sedersi attorno al tavolo saranno la procuratrice aggiunta Morena Plazzi e i pm Francesca Arienti e Domenico Ambrosino. Per la famiglia parla l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso dei casi Aldrovandi, Cucchi e Magherini. La sua lettura è netta: “Se non fosse stato schiacciato, queste ultime due condizioni non avrebbero portato alla morte”, ha detto all’Agi riferendosi alla cocaina e al cuore. Il difensore dei due agenti, l’avvocato Gabriele Bordoni, ha sempre escluso azioni violente e indicato nella droga la causa del decesso. Uno dei due poliziotti, durante il fermo, era stato morso a una gamba. Ora la relazione sposta l’asse della discussione. Sulla causa la procura dice di non avere più dubbi. Resta da stabilire quanto abbia contato ciascuna condotta.

Fakir è morto domenica 19 luglio in un cortile di via Italo Svevo, al Pilastro. Era nato in Marocco, viveva a Borgonuovo di Sasso Marconi, aveva una piccola impresa di facchinaggio. Barbara Spinelli, l’avvocata che lo seguiva per il rinnovo del permesso di soggiorno, aveva raccontato che temeva di essere espulso. Quella mattina era in forte agitazione e aveva colpito i garage e un’auto in sosta. Gli agenti lo hanno fermato con lo spray al capsicum, gli hanno stretto polsi e caviglie con le fascette e lo hanno tenuto a terra, a pancia in giù. Il video girato da un residente ha registrato la sua voce: “Aiuto, basta, basta”. Poi il silenzio.

La cronologia l’ha ricostruita l’Ausl. L’ambulanza della Croce Rossa, senza medico a bordo, è partita alle 12.17 ed è arrivata alle 12.30. Alle 12.36 l’equipaggio ha chiesto un consulto e l’intervento dell’automedica, uscita dall’ospedale Maggiore alle 12.42. Alle 12.53 il medico ha constatato il decesso. La Croce Rossa sostiene che i quattro volontari, tre uomini e una donna, abbiano iniziato la rianimazione dal momento in cui è stato possibile intervenire, cioè quando la polizia lo ha consentito, e che tra la fine del contenimento e il loro intervento sia passato meno di un minuto. Il garante comunale Antonio Ianniello, guardando le stesse immagini, aveva parlato di richieste d’aiuto “non recepite” né dagli agenti né dai sanitari. Due letture degli stessi minuti. Su quei minuti si deciderà la posizione dei soccorritori.

I due poliziotti, di 23 e 28 anni, e i quattro soccorritori non sono formalmente indagati. Da luglio i loro nomi stanno nel registro modello 45 bis, quello delle annotazioni preliminari. Lo ha creato l’articolo 12 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, convertito con la legge 24 aprile 2026 n. 54, che ha inserito nell’articolo 335 del codice di procedura penale il comma 1-bis.1: quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione, come l’adempimento di un dovere o l’uso legittimo delle armi, il pm procede all’annotazione preliminare in un modello separato. Chi viene annotato ha le stesse garanzie difensive dell’indagato. Gli accertamenti possono durare al massimo 120 giorni, senza proroghe. Alla fine, le strade sono due: l’archiviazione oppure l’iscrizione nel registro ordinario, il modello 21, fuori dal cosiddetto scudo penale. Per Fakir quel termine scade il 19 novembre.

Bologna viene raccontata come il banco di prova della norma, ma il primo caso non è questo. Il debutto del 45 bis era avvenuto a Teramo, per il carabiniere coinvolto nell’inseguimento di Massimo Ciarelli, morto sul colpo a causa della collisione con l’auto delle forze dell’ordine. Il caso Fakir è diventato il più noto per via del video, delle piazze, con le circa cinquemila persone radunate in piazza Nettuno dal sindaco Matteo Lepore, delle parole di Giorgia Meloni, che aveva chiesto accertamenti “senza pregiudizi e senza sconti per nessuno”, e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che a luglio rivendicava: “non è uno scudo penale, ma la giusta collocazione”.

Qui serve un ragionamento. Il presupposto del registro speciale è l’evidenza della causa di giustificazione. Una relazione medico legale che indica nello schiacciamento una concausa certa della morte non dice nulla sulla colpa di nessuno, ma rende difficile sostenere che quella evidenza esista ancora. Il passaggio al modello 21, se arriverà, non equivale a una condanna. Darebbe a tutti pieno accesso agli strumenti del procedimento ordinario, dall’incidente probatorio al contraddittorio sulle consulenze, che in un’inchiesta così tecnica servono soprattutto a chi si difende. Le posizioni dei sei, del resto, sono diverse: chi teneva Fakir a terra, chi doveva soccorrerlo e da quando poteva farlo.

Il metro per valutare quelle condotte esiste già. Una circolare del Viminale del maggio 2026, quindi precedente alla morte, chiede di limitare al minimo indispensabile la posizione prona e la pressione sul torace e di girare su un fianco chi mostra segni di malessere. È arrivata a ridosso della condanna di Strasburgo per Riccardo Magherini, diventata definitiva l’11 maggio dopo il rigetto della richiesta di rinvio alla Grande Camera. In quella sentenza i giudici avevano scritto che le regole italiane non davano istruzioni chiare su come immobilizzare senza uccidere. A Milano, sul caso di Igor Squeo, la procura generale ha avocato l’inchiesta dopo due richieste di archiviazione che attribuivano la morte alla cocaina e ha affidato nuovi accertamenti. La stessa sostanza, lo stesso argomento.

Restano aperti altri filoni d’indagine. La bodycam privata del capopattuglia, circa quaranta minuti di girato, è stata copiata in modalità forense dai Ris di Roma. Il secondo cellulare di Fakir, ritrovato dopo settimane, è affidato all’ingegnere Giuseppe Ferraro, ma l’estrazione dei dati si è fermata sul codice di sblocco. La difesa degli agenti ha chiesto di verificare eventuali manipolazioni. La Corte europea chiede allo Stato una spiegazione plausibile quando un uomo muore sotto il suo controllo. Con la perizia, una parte di quella spiegazione è arrivata. Fakir chiedeva aiuto, e il peso che aveva addosso ha contato. Da oggi i pm dovranno stabilire se chiedere archiviazione oppure andare avanti.