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di Simona Musco

Il Dubbio, 10 luglio 2024

In 33 pagine, la procura generale di Reggio Calabria prova a salvare il processo contro il sindaco di Riace in Cassazione, dichiarando utilizzabili le intercettazioni. Per i giudici d’appello non lo erano, ma in ogni caso non avrebbero dimostrato nulla. Le assoluzioni dalle accuse di associazione a delinquere, peculato e due falsi sono ormai definitive. Ma la procura generale di Reggio Calabria vuole comunque riaprire il processo a Domenico Lucano, sindaco di Riace e neo eurodeputato, chiedendo alla Cassazione di rivalutare le assoluzioni per truffa aggravata ai danni dello Stato, un abuso d’ufficio (reato ormai abolito) e un falso relativo a 56 delibere. A firmare la richiesta l’avvocato generale Adriana Costabile e i sostituti procuratori generali Adriana Fimiani e Antonio Giuttari, che con sole 33 pagine cercano di smontare la corposa motivazione d’appello, che aveva di fatto demolito ogni accusa, capovolgendo la narrazione che aveva fatto a pezzi il modello d’accoglienza di “Mimmo il curdo”.

La procura generale contesta, soprattutto, la ritenuta inutilizzabilità delle intercettazioni disposte con riferimento al reato di cui truffa aggravata, sin da subito contestata da decine di giuristi: per la Corte d’Appello, al momento genetico dell’intercettazione, non sarebbero stati presenti “i presupposti di legge per disporre il mezzo di ricerca della prova, sulla scorta di una riqualificazione del reato operata solo nel secondo grado di giudizio”. I giudici d’appello, però, scrivono i due magistrati, non avrebbero “considerato che proprio nel caso in esame la captazione correttamente autorizzata, per come ancor meglio si esporrà più oltre, è stata disposta sul presupposto della esistenza di gravi indizi del reato di cui all’art. 640 bis cp e, pertanto, rimane del tutto insensibile al fisiologico sviluppo del procedimento”. Una questione “cruciale” per i firmatari dell’impugnazione, dal momento che “le gravi irregolarità sulla rendicontazione, attinenti al complesso meccanismo della erogazione di contributi pubblici emerso nel corso delle indagini e su cui è stata resa ampia testimonianza in dibattimento trovano spiegazione logica circa le intenzioni truffaldine solo in esito alla valutazione del compendio probatorio derivante dai dialoghi intercettati, dai quali in modo inequivoco emerge il ruolo centrale nella vicenda del Lucano”.

Per i due magistrati reggini, le intercettazioni, proverebbero l’intento di “far confluire anche acquisti e spese non pertinenti alle finalità istituzionali previste dalla legge tutti nella causale relativa al progetto di accoglienza e integrazione in favore dei rifugiati”. E i giudici d’appello, scrivono, si sarebbero limitati a “uno sterile e fuorviante richiamo di pronunce della Suprema Corte di Cassazione senza approfondirne il contenuto” in merito alle intercettazioni. L’argomento, però, fa a botte con un fatto non di poco conto: i giudici d’appello avevano sì contestato l’utilizzabilità di quel materiale, ma erano andati oltre, analizzando in maniera certosina l’assenza di riscontri all’ipotesi di reato. E chiarendo, in maniera specifica, per quali ragioni l’assoluzione fosse l’unica cosa giusta. Il Tribunale di Locri, che lo aveva condannato a 13 anni e 2 mesi, scrivevano i giudici, “per alcune ipotesi di reato, ha dato al fatto una diversa qualificazione giuridica, il che pone il problema” dell’utilizzabilità delle intercettazioni “per reati non autonomamente intercettabili”. Considerarle legittime significherebbe “da un lato svuotare di contenuto la funzione di garanzia propria del provvedimento autorizzativo, dall’altro, trasfigurare il decreto in una sorta di “autorizzazione in bianco”, in aperto contrasto con la riserva di cui all’articolo 15 della Costituzione”. Ma anche a fingere che non ci sia stata forzatura nell’utilizzo delle intercettazioni, ciò che manca sono le prove. Che erano necessarie per dimostrare “l’effettivo impiego, e soprattutto l’impiego illecito, delle somme prelevate dai vari rappresentanti legali, prova il cui onere incombeva sul pm”. Dal canto suo, la difesa di Lucano - rappresentata dagli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Pisapia - ha presentato ricorso per l’unica delibera sulle 57 passate in rassegna giudicata falsa, per la quale il sindaco di Riace è stato condannato a 18 mesi di reclusione, pena sospesa. Sarà una battaglia in punta di diritto, dunque.