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di Simona Musco

Il Dubbio, 7 luglio 2022

Disposta la riapertura dell’istruttoria dibattimentale in appello. I legali depositano una lunga conversazione che “avrebbe potuto cambiare le sorti del processo”.

Quattro intercettazioni trascritte male, una totalmente mancante. E poi, un documento che avrebbe smentito un’ipotesi di peculato e che per il Tribunale di Locri non era stato allegato dalla difesa e che invece era lì, come dimostrato dagli atti depositati alla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Il processo d’appello a Domenico Lucano, ex sindaco di Riace, condannato in primo grado a 13 anni e due mesi per la gestione dell’accoglienza nel piccolo paesino dei bronzi, è partito così, con la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, disposta dal collegio presieduto da Giancarlo Bianchi. A chiederlo erano stati i difensori di Lucano, Andrea Daqua e Giuliano Pisapia - con il parere favorevole dei sostituti procuratori generali Adriana Fimiani e Antonio Giuttari - che hanno depositato anche un parere pro veritate di 50 pagine stilato dal consulente Antonio Milicia. Un documento che contiene la nuova trascrizione delle intercettazioni - compresa quella “silenziata” durante il processo di primo grado - e corredato da un cd con gli audio di quei dialoghi. La prova più importante è proprio l’intercettazione finora non presa in considerazione, capace, secondo i legali, di “cambiare le sorti del processo”. Si tratta di un’ambientale che cattura la conversazione tra Lucano e un funzionario della prefettura, Salvatore Del Giglio, poi divenuto teste dell’accusa nel corso del processo. Una lunga chiacchierata, durante la quale Del Giglio prima avvisa Lucano che “non è improbabile, che un domani, così come (inc.) se non è già arrivata da voi, verranno la Guardia di Finanza” e poi ammette che “l’amministrazione dello Stato non vuole il racconto della realtà di Riace. Vuole... perché oggi la mission dello Stato... sapete, lo Stato è composto... come qua da voi. C’è l’opposizione”. Ma non solo. Del Giglio spiega che per la politica l’integrazione non è un obiettivo. “La mia certezza - sottolinea - è che l’organizzazione fa acqua da tutte le parti.

Non ultimo il fatto che dopo lo Sprar non c’è niente. E allora, questo mi fa dedurre che l’obiettivo integrazione è soltanto una parola buttata là”. Finiti i progetti, infatti, il dopo non interessa più a nessuno e “si continua a guardare a questo problema se non come a un fastidioso inconveniente di passaggio. Intanto non è di passaggio. E ce lo dice la realtà. Intanto non è compatibile con l’attuale ordinamento a 360 gradi”. Durante la conversazione Lucano riferisce anche le parole pronunciate dal funzionario prefettizio Salvatore Gullì: “Io ho dovuto scrivere perché fa schifo il sistema nazionale dell’accoglienza - gli avrebbe riferito - abbiamo utilizzato questa cosa di Riace per... per dire queste cose”.

Ma Lucano non ci sta a fare da capro espiatorio per tutti: “Perché deve pagare Riace?”, si chiede. Domanda alla quale “risponde” lo stesso Del Giglio: “Siccome io ritengo, dal suo punto di vista della sua relazione... che comunque Riace, al di là delle disfunzioni eventuali o delle anomalie amministrative, quindi della burocrazia, abbia realizzato una realtà evidentemente ancora unica sul territorio non solo nazionale, dovete difenderla. Con qualsiasi conseguenza”.

Nel ricorso in appello, Daqua e Pisapia avevano evidenziato che l’obiettivo di Lucano “era uno solo ed in linea con quanto riportato nei manuali Sprar: l’accoglienza e l’integrazione. Non c’è una sola emergenza dibattimentale (intercettazioni incluse) dalla quale si possa desumere che il fine che ha mosso l’agire del Lucano sia stato diverso”. E secondo i due legali, “il giudice di prime cure si è preoccupato di trovare “ad ogni costo” il colpevole nella persona di Domenico Lucano, utilizzando oltremodo il compendio intercettivo, proponendone, tuttavia, un’interpretazione macroscopicamente difforme dal suo autentico significato e contrastante con gli inconfutabili elementi di prova acquisiti nel corso dell’istruttoria dibattimentale”.

Intercettazioni inutilizzabili, hanno inoltre contestato, dal momento che si è proceduto alle captazioni “per i reati non autonomamente intercettabili”, in contrasto con la famosa e ormai applicata sentenza Cavallo. “Per questo tribunale gli esiti di un’intercettazione, autorizzata per un reato che lo consente, e raccolti nell’ambito di uno stesso procedimento, possono essere utilizzati anche per l’accertamento di tutti gli altri reati emersi e ad esso connessi indipendentemente dalla loro intercettabilità autonoma”, hanno evidenziato.

La riqualificazione dell’accusa di abuso d’ufficio in truffa aggravata avrebbe poi consentito, secondo la difesa, “di utilizzare le intercettazioni” e i riferimenti “a fatti suggestivi come quelli relativi alle vicende legate alle Isole Cayman, che oltre a non essere oggetto di alcuna contestazione, si sono rivelate destituite da ogni fondamento”.

E per quanto riguarda l’accusa di associazione a delinquere, “il giudice, con un procedimento mentale riconducibile alla figura dell’induzione, conclude per la configurazione del reato nonostante i dati probatori ne hanno palesemente escluso la sussistenza”. Il processo riprenderà il 26 ottobre prossimo, giorno in cui è prevista la requisitoria dai sostituti procuratori generali Fimiani e Giuttari.