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di Angela Pederiva

Il Gazzettino, 23 aprile 2026

Dal rifacimento della perizia balistica, all’acquisizione degli ordini di servizio, sono 12 gli approfondimenti investigativi ordinati dalla gip Livia Magri alla Procura di Verona per fare luce sulla morte del migrante. Dal rifacimento della perizia balistica, all’acquisizione degli ordini di servizio, sono 12 gli approfondimenti investigativi ordinati dalla gip Livia Magri alla Procura di Verona per fare luce sulla morte di Moussa Diarra. Ma il provvedimento con cui è stata respinta la richiesta di archiviazione del fascicolo per omicidio colposo, ed è stato disposto di indagare per depistaggio sia l’agente che sparò al richiedente asilo che un collega della Polfer, colpisce in particolare per la necessità di una consulenza tecnica informatica, “volta a verificare, tra le altre cose, eventuali manipolazioni, manomissioni, tagli nei filmati presenti in atti”.

Il pesante sospetto che grava sull’inchiesta, infatti, è che nel fascicolo non siano state inserite le registrazioni cruciali sulla tragedia del 20 ottobre 2024 e che addirittura il video dell’agonia possa essere stato una messinscena. 

Naturalmente al momento si tratta soltanto di ipotesi, rispetto a cui la giudice per le indagini preliminari ha chiesto appunto di verificare gli eventuali riscontri al pm a cui sarà riassegnato il caso, tant’è vero che lo stesso difensore Matteo Fiorio si è augurato che venga definitivamente completato il quadro anche “su aspetti ritenuti ancora non pienamente chiariti”. Tuttavia in questa fase per la gip Magri la “comprovata inaffidabilità” dei due poliziotti, così come emersa dai loro racconti, porta “a valutare con particolare prudenza (se non con diffidenza) l’attendibilità del video”, registrato dal collega dello sparatore: “Non può assolutamente farsi leva su quel video per dare per “scontato” e per “provato” che effettivamente Diarra aveva impugnato il coltello per tutto il corso degli eventi che hanno preceduto gli spari e nel momento in cui è stato attinto dagli spari”. Che il filmato “possa non essere “genuino” e possa essere stato creato ad hoc per fornire un’utile difesa” all’agente che esplose i tre colpi, “non è un’ipotesi peregrina e frutto di “fantasia complottistica”, poiché “gli elementi di “anomalia” sono, oggettivamente, moltissimi”. 

Accogliendo le perplessità degli avvocati di parte civile Francesca Campostrini, Paola Malavolta, Fabio Anselmo e Silvia Galeone, per il magistrato “sorprende” il fatto “che Diarra, pur avendo subìto la perforazione di entrambi i polmoni e del cuore”, tanto da essersi “accasciato a terra in quanto evidentemente non in grado di reggersi in piedi, potesse però avere le forze per tenere stretto tra le dita della mano destra il coltello”. Per questo “sul punto dovranno essere chiesti gli opportuni chiarimenti al medico legale”. Siccome gli averi del 26enne sono stati estratti, “non si sa da chi e non si sa quando esattamente”, dallo zaino e dal borsello, per poi essere “rinvenuti sul cofano di una volante della Polizia presente nel piazzale antistante alla stazione”, per la gip Magri “non si può escludere che qualcuno abbia frugato tra gli effetti personali di Diarra dopo la sparatoria e gli abbia messo in mano, quando già era accasciato a terra privo di forze (forse anche quelle necessarie per poter tenere stretto nella mano destra un coltello), uno dei due coltellini da cucina che possedeva”.

Non solo: “Sembra impossibile che nessuna delle telecamere della stazione, in tutto 89, abbia ripreso la presunta aggressione armata di Diarra nei confronti dei poliziotti”. Oltretutto per la giudice “non si può non notare l’inquietante coincidenza per la quale solo una delle 89 telecamere” non avrebbe effettuato le registrazioni e “guarda caso” si tratta “proprio della “telecamera fondamentale” per la ricostruzione degli eventi”. Di più: “Quel che è davvero inspiegabile, però (e qui sorge inevitabilmente l’idea di un depistaggio), è come sia possibile che di questo gravissimo inconveniente, asseritamente scoperto la mattina stessa” della tragedia, “si faccia parola soltanto, e per la prima volta, nell’ambito di un’annotazione della Polfer (corpo di appartenenza dell’indagato) che è di ben 23 giorni successiva rispetto al grave evento”.