sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Lina Lucci

Corriere del Mezzogiorno, 14 maggio 2026

Omicidi, regolamenti di conti, stese, violenza giovanile e criminalità organizzata: limitarsi a chiedere “più pattuglie” o “più carcere” produce spesso consenso immediato ma risultati limitati. Per una città come Napoli chi governa dovrebbe cambiare approccio: serve una proposta che tratti la violenza come un fenomeno urbano complesso, criminale, economico, educativo, psicologico e territoriale insieme. Le proposte viste finora, a mio modesto avviso, contengono due errori: un eccesso di retorica astratta e di approccio repressivo. Il limite non è nei dispositivi di sicurezza. È politico. C’è un’amministrazione comunale percepita come autoreferenziale, chiusa nel palazzo, incapace di costruire una vera alleanza con la città reale.

Il consiglio comunale è stato progressivamente svuotato. Le forze sociali sono state marginalizzate. Il territorio ascoltato a intermittenza, spesso solo a emergenza esplosa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città che interviene dopo, mai prima.La violenza non è solo un problema di ordine pubblico o un problema morale. Nelle grandi metropoli è vista come un fenomeno sociale che può diffondersi dentro reti umane, quartieri, gruppi e culture non necessariamente criminali. È questa la chiave di lettura che manca. Serve un Patto civico contro la violenza urbana, vincolante, operativo, verificabile. Non un documento da conferenza stampa, ma un dispositivo di governo reale.

Un’alleanza che metta insieme ciò che oggi è frammentato o assente: Comune, scuole, imprese, sindacati, università, parrocchie, terzo settore, servizi sociali, magistratura, associazioni e famiglie. Con obiettivi chiari e non negoziabili: riduzione degli omicidi e della violenza armata, stop al reclutamento minorile da parte della criminalità organizzata, drastica riduzione della dispersione scolastica nei quartieri fragili, aumento dell’occupazione giovanile regolare, recupero degli spazi pubblici abbandonati.

Se non è misurabile, non è un patto: è propaganda. Ogni quartiere deve sentire che lo Stato e la città giocano nella stessa squadra. E a proposito di squadra, qui il coinvolgimento della Ssc Napoli potrebbe diventare strategico, non solo d’immagine. Il calcio a Napoli non è solo sport, è identità collettiva. Usarlo come infrastruttura sociale sarebbe molto più efficace di tante campagne istituzionali tradizionali. Come? Attraverso testimonial permanenti nelle scuole, tornei di quartiere, borse sportive, recupero dei campetti, mentorship con atleti, campagne contro il reclutamento criminale, eventi nei beni confiscati.

La sicurezza non si costruisce solo con la presenza delle forze dell’ordine. Si costruisce prima. Con la scuola, il lavoro, la presenza educativa, il presidio sociale. Per questo servono unità territoriali miste: educatori, psicologi, mediatori, operatori sociali, sportivi, ex detenuti riabilitati. Non per “sostituire lo Stato”, ma per colmare il vuoto che le Istituzioni, da sole, non riescono più a coprire. Interventi mirati nei quartieri, nelle scuole, al fianco dei docenti, soprattutto dopo gli episodi di violenza, ai funerali, ovvero nei momenti in cui si formano vendetta e radicalizzazione. Non dopo mesi. Non quando è troppo tardi.

L’idea è non aspettare il reato, ma interrompere la catena emotiva e sociale che lo genera. Il Patto deve servire a realizzare percorsi di responsabilità e di impegno civico. Molti ragazzi entrano nel circuito criminale perché lì trovano ciò che le Istituzioni non garantiscono più in modo credibile: soldi, status, appartenenza, riconoscimento. Urge un “contratto educativo individuale” per i giovani a rischio. Non assistenzialismo, ma responsabilità guidata.

Ogni ragazzo “fragile”, a rischio dispersione, che ha precedenti, che vive in quartieri ad elevata presenza criminale, sottoscrive un percorso mirato che preveda borse formative legate ai risultati e alla frequenza scolastica, alla qualità delle attività che svolge, al rispetto delle regole. Un modello concreto con una selezione mirata, alla quale si accede solo tramite scuole, servizi sociali, tribunale minorile, associazioni certificate ed educatori territoriali.

Al posto del denaro: percorsi sportivi gratuiti, voucher per i trasporti, corsi professionalizzanti, tirocini. Un sostegno economico tracciabile e finalizzato al raggiungimento degli obiettivi contenuti nel Patto. Motivo per cui ogni ragazzo dovrà essere accompagnato da un tutor: un educatore, un artigiano, un allenatore, un professionista, in altre parole un riferimento affidabile. Elemento decisivo deve essere l’inserimento lavorativo reale e immediato, soprattutto nella fascia di età compresa tra i 16 e i 21 anni. Cooperative, botteghe artigiane, manutenzione urbana, lavori civici, restauro, guide turistiche, cucina, nautica.

Chi partecipa deve essere reso consapevole che può aiutare il quartiere, recuperare spazi, affiancare anziani, contribuire ad attività culturali o sportive che sono parte integrante della vita sociale ed economica della città. Il messaggio che bisogna trasferire è: “La città investe su di te, tu restituisci qualcosa alla città”. Basta conferenze, basta inaugurazioni e tagli di nastro. Senza lavoro non c’è prevenzione che tenga. Tutto il resto è narrazione. In questo scenario la Regione può avere un ruolo decisivo. Il Presidente Fico e l’Assessore al Lavoro predispongano, con le forze sociali, un piano di incentivi reali alle imprese che assumono giovani dei quartieri fragili, con contratti stabili come l’apprendistato, decontribuzione regionale e comunale temporanea per chi investe su questi ragazzi e soprattutto percorsi immediati di inserimento lavorativo. La sicurezza non si costruisce soltanto reprimendo il disagio, ma restituendo ai quartieri presenza, dignità, opportunità e futuro. Perché una città che lascia soli i suoi giovani consegna inevitabilmente pezzi di territorio alla violenza e alla criminalità.