di Marilicia Salvia
Corriere del Mezzogiorno, 14 maggio 2026
I ragazzi hanno bisogno di educatori, ma prima, fuori dal carcere, non quando è già troppo tardi. Di fronte ad escalation come questa che stiamo vivendo un crescendo quotidiano di omicidi, tentati omicidi, risse sanguinose che si consumano in pieno centro come in periferia, ad ogni ora del giorno e della notte, con vittime e carnefici di ogni età e ogni etnia - la sensazione è che sia anche, anzi soprattutto altrove che bisogna volgere lo sguardo e mettersi finalmente a lavorare, si fa più netta, più convinta. Perché poi anche qui, anche sul tema delle cose da fare per togliere i coltelli a quei ragazzini ancora senza un filo di barba e i pensieri confusi per i quali si sta riorganizzando la Procura dei minori, dell’impegno da mettere perché nessun quartiere venga mai più svegliato di soprassalto da una stesa o dalle urla di chi si prende a botte o a bottigliate, sul tema della prevenzione insomma di una violenza sempre più precoce e pervasiva e spavalda, non è che il discorso parte da zero.
Di diagnosi ne abbiamo lette tante, di terapie anche di più. E sarebbe ingiusto non considerare che il fenomeno della violenza giovanile stia esplodendo in proporzioni drammatiche e sicuramente inedite non soltanto a Napoli e nella sua popolosa, problematica provincia: da Prato, dove due giorni fa un sedicenne ha accoltellato quasi a morte un giovane per poi andare a vantarsene al bar, arriva l’ultima, terribile testimonianza. Problema culturale, non di polizia, ha subito sottolineato la procuratrice minorile della città toscana, che ha difatti chiesto, via tg, più attenzione alla povertà educativa e sentimentale di questa generazione abbandonata ai social mentre “non è di più carcere, né di nuovi profili di reato che c’è ancora bisogno”.
Il riferimento è al decreto Caivano, che ha inasprito le pene finendo per sovraffollare istituti minorili ai quali di converso non sono stati aggiunti spazi e servizi né incrementato il numero degli educatori. Il che ci riporta a Napoli e alla sua provincia, e a un modello destinato a dimostrarsi falsamente risolutivo almeno finché rimarrà l’unico in campo: di educatori, e tanti, i ragazzi hanno sicuramente bisogno ma fuori dal carcere, e prima, non solo quando è già troppo tardi. Il modello Caivano era anche quello che avrebbe dovuto sottrarre i giovani alle tentazioni del crimine, alle spire di quella camorra capace di proporre “contratti” da molte migliaia di euro al mese, cifre che nessun lavoro pulito sarebbe in grado di assicurare: ma smantellare le piazze di spaccio e aprire un centro sportivo non sono bastati e non basteranno, né a Caivano né altrove, a cancellare la mentalità camorristica, quella della prepotenza, dell’arroganza, di quel sovraccarico di rabbia mista all’inconcludenza che spinge a premere il grilletto per un pestone, ad accoltellare per uno sguardo, a uccidere a pietrate la ragazza che ti dice no.
C’è una iniziativa, avviata da mesi dalla Curia di Napoli proprio a partire da storie come queste, che ha ricevuto anche l’elogio e l’incoraggiamento di papa Leone, quando è venuto qui la settimana scorsa: don Mimmo Battaglia lo ha definito patto educativo, raduna intorno a un tavolo le istituzioni e le forze migliori della città, si fa motore di esperienze positive che vanno certamente sostenute e rafforzate, perché possano dare frutto. È un riferimento importante, non può rimanere l’unico: serve a dire che non si parte da zero, a coinvolgere, stimolare, magari (e sarebbe un bene) alzare la voce. Ma nulla potrà spingere a immaginare una svolta fino a quando al centro della scena non si metterà l’agenzia educativa più capillare e attiva, la scuola. E invece siamo al termine dell’ennesimo anno delle promesse vane, delle speranze perdute. Oltre l’impegno spesso straordinario di dirigenti e insegnanti, ancora una volta tempo pieno, aperture pomeridiane ed estive sono rimaste idee senza costrutto, nulla che possa concretamente offrire ai ragazzi il senso di una presenza viva e pronta all’ascolto, nulla di realmente alternativo alla strada è diventato strutturale. Tra un mese, chiusi i libri spesso a fatica tenuti aperti, non resterà che il telefonino. E tutte quelle armi che ci fanno battere il record che dice Saviano.










