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di Franco Insardà

Il Dubbio, 27 agosto 2026

“Lo Stato fallisce quando perde l’obiettivo della rieducazione della pena, senza consentire prospettive”. Le parole dell’avvocata Ambra Giovene, storico legale di Domenico Papalia, raccontano più della sua morte di qualsiasi cronaca giudiziaria. Perché Papalia, 81 anni, è morto dopo quasi mezzo secolo trascorso in carcere, gran parte dei quali al 41-bis, e solo quando la malattia era ormai arrivata alla fase terminale ha potuto lasciare la cella e trascorrere qualche giorno accanto ai familiari. Sono state tante negli ultimi anni le richieste di liberarlo da Nessuno Tocchi Caino, ai Radicali ad altre associazioni e quotidiani. “Cinquanta anni effettivamente vissuti in carcere danno purtroppo la misura di quel fallimento”, dice Giovene.

Papalia è morto nella notte di ieri all’ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato dal 17 agosto per un carcinoma alla prostata. Era stato scarcerato a luglio dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, che, considerate le gravissime condizioni di salute, gli aveva concesso gli arresti domiciliari. Il 18 luglio aveva lasciato il carcere di Parma dopo 49 anni di detenzione e aveva potuto rivedere i suoi familiari.

“È un giorno difficile. Il mio ultimo ricordo di lui - dice all’Agi l’avvocata Giovene - è la videochiamata che mi fece a metà luglio quando tornò libero prima dell’ultimo ricovero. In quella conversazione volle ringraziare me e l’avvocato Franchi. Dopo 50 anni di carcere Domenico Papalia, a causa di una grave malattia, ha potuto chiudere la vita accanto ai propri familiari”, racconta Giovene. “Una lunga battaglia in cui, con l’avvocata Annarita Franchi, si è cercato di dare significato a un ergastolo altrimenti senza speranza”. Ma quella libertà è arrivata quando ormai restavano pochi giorni: “Pochi giorni nei quali ritrovare il senso di una vicinanza ai propri cari che non fosse nel parlatorio di un carcere”.

È stata una battaglia decennale quella condotta dalle due legali per ottenere una misura diversa dal carcere per un uomo anziano e gravemente malato. “La detenzione è una croce per chiunque affronti, come lui, gli ultimi anni in carcere stremato da una patologia”, osserva Giovene. “L’amministrazione penitenziaria, aggiunge, lo ha certamente curato sotto il profilo sanitario, ma la possibilità di vivere con i propri cari è arrivata soltanto quando Papalia era ormai sottoposto alle cure palliative”.

La vicenda giudiziaria di Papalia è quella di uno dei protagonisti storici della ‘ndrangheta al Nord. Originario di Platì, nel Reggino, insieme ai fratelli Antonio e Rocco era considerato ai vertici del clan Papalia-Barbaro, radicato soprattutto nell’area di Buccinasco e Corsico. Arrestato nel 1977, ha trascorso quasi mezzo secolo in carcere, diventando l’ergastolano con la più lunga detenzione ininterrotta in Italia.

Su di lui pesavano condanne definitive all’ergastolo, tra cui quella per l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, a Milano nel 1983, e quella come mandante dell’assassinio dell’educatore penitenziario Umberto Mormile, ucciso nel 1990 a Carpiano. Per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, avvenuto a Roma nel 1976, era stato condannato all’ergastolo, ma nel 2017 il Tribunale di Perugia lo aveva assolto in revisione con formula piena, “per non aver commesso il fatto”. Era comunque rimasto detenuto per le altre condanne.

Papalia si è sempre proclamato innocente rispetto ai delitti contestati. Ma è soprattutto ciò che è accaduto durante la lunghissima detenzione a porre oggi la questione del senso della pena. In carcere ha studiato, ha mantenuto una buona condotta e ha intrapreso un percorso di giustizia riparativa. Un percorso che rappresentava proprio la possibilità di misurare la persona non soltanto attraverso il reato commesso e la condanna ricevuta, ma anche attraverso il cambiamento maturato nel tempo.

È su questo che ha insistito Nessuno Tocchi Caino. Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti hanno parlato di una condanna al “fine pena mai” che, dopo mezzo secolo, era diventata anche “pena corporale”. “Ci conforta il fatto che non sia morto nella tomba del “cimitero dei vivi”, qual è il carcere, ma in un luogo diverso, dove ha potuto essere circondato dall’affetto dei suoi cari”, hanno dichiarato.

Nessuno tocchi Caino ha sostenuto la necessità di scarcerarlo non soltanto per le condizioni di salute, ma per quella che definisce una diversa forma di “innocenza”: “quella di una persona ormai da decenni diversa dal delitto e tale da non nuocere a nessuno”. Un’affermazione che non mette in discussione le sentenze definitive, ma richiama il principio secondo cui la pena dovrebbe avere un termine e una funzione, non trasformarsi nella cancellazione dell’intera esistenza. Nessuno Tocchi Caino ha ricordato anche la buona condotta di Papalia e le opere di bene compiute durante la detenzione, “a partire dai più deboli”, annunciando che sarà ricordato il 1° settembre nel laboratorio “Spes contra spem”, nel carcere di Parma.

La morte di Papalia riporta dunque al centro una domanda che riguarda il carcere italiano e il significato stesso dell’ergastolo: può una pena essere ancora rieducativa quando dura cinquant’anni? E può lo Stato dirsi fedele alla Costituzione se riconosce il cambiamento di una persona soltanto quando quella persona è ormai morente? Per Giovene, la risposta è contenuta proprio in questa vicenda: “Lo Stato fallisce quando perde l’obiettivo della rieducazione della pena, senza consentire prospettive”. Ha avuto la possibilità di uscire dal carcere solo alla fine. La libertà, per lui, è arrivata quando non era più una prospettiva di vita, ma solo la possibilità di morire accanto ai propri cari.