di Niccolò Nisivoccia
Il Manifesto, 15 marzo 2025
“Nessuno speronamento”, ha stabilito la perizia del consulente nominato dalla procura di Milano nell’ambito delle indagini sulla morte di Ramy Elgaml, avvenuta il 24 novembre scorso: l’inseguimento di Ramy e del suo amico Fares Bouzidi, da parte dei carabinieri, era stato corretto; le modalità in cui l’inseguimento si era svolto erano state determinate proprio da Fares, alla guida dello scooter, “con il suo comportamento sprezzante del pericolo”; era stato lui, dunque, ad assumersi “il rischio delle conseguenze, per sé e per il trasportato”. Queste conclusioni sono state già interpretate, perlopiù, come una forma di assoluzione dei carabinieri: in pratica li avrebbero già “scagionati”. E forse è vero o forse no: saranno i giudici ora a valutare, fermo il fatto che nessuno dovrebbe auspicarsi la loro condanna, perché non è questo il punto.
Il punto è che, al di là delle responsabilità individuali, sul piano sostanziale e filosofico la questione rimane quella che era, identica a sé stessa: è lecito ammettere la morte come conseguenza del mancato rispetto di un alt? Non c’è dubbio: nel momento in cui non si erano fermati davanti a quell’alt dei carabinieri, erano stati Ramy e Fares a porsi al di fuori della legge e così a giustificare una reazione. Ma è lecito ammettere che questa reazione potesse contemplare la morte come sua possibile conseguenza finale?
Va ripetuto, a scanso di equivoci: il problema non è tanto quello dell’accertamento delle responsabilità individuali, ai fini di una condanna o di un’assoluzione (oppure, prima ancora: ai fini di un rinvio a giudizio o di un’archiviazione delle indagini). Il problema è che il diritto non si esaurisce mai nel suo momento “secondario”, che appunto è quello deputato all’irrogazione delle sanzioni: perché prima di quello “secondario” esiste sempre, necessariamente, un momento “primario”, che è quello dei comportamenti richiesti. E qui il discorso è molto più ampio e complesso, e ci chiama in causa tutti, collettivamente: chiama in causa le relazioni umane in quanto tali, il nostro modo di guardare alle cose e di concepire il rapporto fra bisogni e desideri, la nostra interpretazione del mondo e le parole attraverso le quali la esprimiamo.
Da questo punto di vista, che non ha niente a che vedere con quello processuale, quell’inseguimento di Ramy e Fares da parte dei carabinieri assume un valore quasi simbolico: sia per le modalità, perché anche i carabinieri si erano evidentemente assunti il rischio delle conseguenze, sia per le intenzioni rivelate dai filmati di cui disponiamo, dai quali trapela un’intenzione deliberata di far cadere lo scooter, quasi una specie di compiacimento. Qualcosa di simile a ciò che il sociologo Didier Fassin, nel suo Punire. Una passione contemporanea, chiama “la parte maledetta del castigo”, per sottolineare come, “anche nelle forme considerate più civili dell’amministrazione della giustizia”, sia spesso presente una “zona d’ombra del godimento di una sofferenza provocata”.
Non si tratta insomma di puntare il dito contro quei singoli carabinieri, ma di interrogarsi semmai sulle ragioni di questa “zona d’ombra”, sulla sua provenienza. Non si tratta, in altri termini, di prendersela con qualcuno in particolare; e se proprio dobbiamo prendercela con qualcuno dovremmo farlo soprattutto con noi stessi, nella misura in cui ci si possa dire vittime ma contemporaneamente anche artefici di questa realtà incanaglita, di una cultura di livore e di violenza in virtù della quale tutto, un po’ alla volta e quotidianamente, anche attraverso le forme dell’abitudine, diventa norma, e dunque normale. Anche il rovesciamento del diritto nel suo contrario, nella forza; e non a caso anche la negazione di qualunque logica della pace, fino al suo sbeffeggiamento, a favore di una logica solo di sopraffazione, di scontro e di guerra.











