La Repubblica, 5 marzo 2023
La premier e il ministro degli Esteri avrebbero dovuto testimoniare al processo sulla morte del giovane ricercatore torturato e ucciso in Egitto. Il premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani non testimonieranno al processo sulla morte di Giulio Regeni. Dovranno declinare l’invito del tribunale di Roma perché non possono raccontare il contenuto dei colloqui intercorsi con il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi. O almeno è questo che dice l’avvocatura generale dello Stato, in una nota inviata al giudice Roberto Ranazzi, il magistrato che aveva convocato Meloni e Tajani su richiesta dell’avvocato che assiste la famiglia Regeni, Alessandra Ballerini.
Secondo il giudice i due rappresentanti italiani dovrebbero spiegare in aula la disponibilità a collaborare con le autorità italiane che avrebbe espresso il presidente egiziano durante alcuni incontri istituzionali. Una collaborazione necessaria per proseguire il processo, visto che gli agenti dei servizi segreti egiziani che nel 2016, al Cairo, hanno torturato e ucciso il ricercatore italiano sembrano scomparsi.
L’appuntamento in aula per Meloni e Tajani era fissato dunque per il prossimo 3 aprile, ma il primo giorno di marzo è arrivata una comunicazione dall’avvocatura generale dello Stato: “La divulgazione dei medesimi contenuti senza il consenso dello stato estero interessato potrebbe incidere sulla credibilità nella comunità internazionale”, si legge nel documento riportato su Il Fatto Quotidiano. Quindi il “contenuto dei colloqui non divulgabile”, “c’è un segreto che non può essere violato”, e l’audizione disposta lo scorso 13 febbraio deve essere ritirata.
Perché “il contenuto dei colloqui si inscrive nell’abito delle relazioni di politica internazionale e riguarda quindi attività svolta nell’esercizio di uno delle più rilevanti prerogative dell’azione di governo, nella sua più specifica accezione di politica estera”. “Secondo la prassi internazionale costantemente applicata dagli Stati - continua la nota - i contenuti dei colloqui, bilaterali o plurilaterali, fra i rappresentanti di governo non possono essere divulgati se non attraverso comunicati congiunti e condivisi”. L’ultimo segreto che riguarda il processo su Giulio Regeni dunque non è custodito in Egitto ma tra i vertici di palazzo Chigi, che secondo l’avvocatura dello Stato devono tacere.









