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di Chiara Cruciati

Il Manifesto, 29 settembre 2026

La domanda più pesante di tutte resta: Giulio - e con lui il popolo egiziano - hanno ottenuto giustizia? La risposta sta nelle cariche che gli imputati ricoprivano in quei giorni di agonia. Ieri, poco dopo le 18, si è chiuso il caso Regeni. O meglio, il suo lato giudiziario. La condanna a dieci anni di tre dei quattro imputati per il sequestro, le brutali torture e l’omicidio del giovane ricercatore è frutto di indagini complesse e di un muro di gomma di Stato. Un muro eretto dai depistaggi e dall’assenza di cooperazione del Cairo, da una parte, e dalla mancanza imbarazzante di pressioni politiche dei governi italiani di ogni colore, dall’altro.

Il lato politico, però, non viene meno e la domanda più pesante di tutte resta: Giulio - e con lui il popolo egiziano - hanno ottenuto giustizia? La risposta sta nelle cariche che gli imputati ricoprivano in quei giorni di agonia: agenti dell’Nsa, la feroce agenzia di sicurezza interna, erede del Ssis di Mubarak che di quella macchina repressiva e di controllo capillare ha replicato pratiche e obiettivi. Non lupi solitari, o mele marce diremmo a queste latitudini, ma ingranaggi di un sistema di sorveglianza e oppressione che arruola 1,5 milioni di persone tra poliziotti, agenti e informatori e che discende direttamente dai vertici del regime.

La procura di Roma e la famiglia di Giulio Regeni, che non ha mai arretrato di un passo nella ricerca della verità, sono riusciti a portare davanti a una corte i responsabili materiali, o per lo meno i loro nomi. Manca il mandante: il regime di Abdel Fattah al-Sisi. Non perché abbia personalmente ordinato l’omicidio, ma perché è e resta il primo responsabile di un sistema che detiene decine di migliaia di prigionieri politici in celle dove la dignità umana non ha spazio e costringe un intero paese in un clima di paura, miseria e sogni infranti. Le sentenze di ieri, dunque, non facciano seppellire la richiesta più profonda di giustizia che il “popolo giallo” ha costruito: la politica estera deve essere guidata da principi di democrazia, libertà e uguaglianza, chiunque sia l’interlocutore, perché il diritto vale per tutti e non solo per i regimi nemici.

Gli ultimi dieci anni hanno detto altro, tra arrampicate sugli specchi e sventolii di realpolitik di tutti i leader che si sono susseguiti a palazzo Chigi e alla Farnesina dal 3 febbraio 2016. Nessuna interruzione delle relazioni politiche, commerciali, energetiche e militari: da Renzi a Meloni l’Egitto è partner inscalfibile per fermare i migranti, estrarre gas dai mega giacimenti sottomarini, vendere fregate e pistole, proprio quelle usate nelle strade egiziane a far massacri di manifestanti.

Abbiamo sentito un ministro degli esteri dire che “Al Sisi è un interlocutore appassionato nella ricerca della verità…l’Egitto è partner ineludibile” (Angelino Alfano, novembre 2017); un altro fare altrettanto perché gli affari sono affari e “possiamo creare nuove occasioni non solo per le aziende di stato ma anche per le piccole e medie imprese” (Luigi Di Maio, agosto 2018); un altro ancora ribadire la linea tenuta dagli esecutivi precedenti, “continueremo a insistere con l’Egitto…ma dobbiamo parlare con l’Egitto su altri temi perché abbiamo il dovere di garantire la stabilità del Nord Africa” (Antonio Tajani, gennaio 2023). L’elenco può continuare, e sarebbe troppo lungo da riassumere il via vai di ministri e presidenti del consiglio dal palazzo presidenziale del Cairo. Ne riemergono sempre con l’identica formula: una richiesta molto poco minacciosa di collaborazione, che dura il tempo di un minuto, e poi business as usual. Giulio e l’Egitto non hanno ancora avuto giustizia.