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di Riccardo Noury*

La Stampa, 17 luglio 2022

La realpolitik nei confronti dell’Egitto ha preso il sopravvento sulle questioni dei diritti umani. E Il Cairo ha trovato nella procedura garantista italiana uno strumento per perpetrare l’impunità.

Sei anni fa, quando tantissime persone con le bandiere e gli striscioni gialli scesero in piazza e iniziarono a scrivere sui social network, eravamo un gruppo convinto, con fiducia e con innocenza, che mai e poi mai lo Stato italiano avrebbe trascurato di pretendere dalle autorità egiziane la verità e la giustizia per Giulio Regeni.

Ci sono stati una serie di risvegli in questi anni che ci hanno fatto perdere la fiducia e l’innocenza, risvegli che ci hanno fatto capire - e sarebbe stato forse meglio capirlo già nel passato - come la realpolitik, si chiami interesse economico, commerciale, militare o strategico, finisca per prendere il sopravvento sulle questioni dei diritti umani, anche quando queste questioni non sono lontanissime da noi ma ci riguardano in prima persona, riguardano la nostra storia e il nostro Paese.

Ci troviamo oggi in questa situazione paradossale per cui, grazie al lavoro della Procura di Roma, alla tenacia dell’avvocata Ballerini, alla forza della famiglia di Giulio, alla pressione del popolo giallo e grazie anche al lavoro dei mezzi d’informazione conosciamo la verità: sappiamo chi ha ucciso Giulio ed è la verità storica che inchioda lo Stato egiziano alle sue responsabilità. Al tempo stesso però quella verità rischia di non avere una sua convalida in sede giudiziaria e il motivo è tragicamente semplice: un regime che mai ha voluto collaborare con le autorità italiane ha trovato infine nella procedura garantista dell’Italia uno strumento per tutelare e perpetrare l’impunità dei suoi funzionari. Ecco quel che dobbiamo leggere dalla decisione della Cassazione.

Poi, certo, si può ben dire che la legge è modificabile e che c’è la possibilità di fare in modo che i cosiddetti “finti inconsapevoli” non la facciano franca. Si può dire e si può fare, ma resta il punto: sei anni di politica debole e pavida nei confronti dell’Egitto hanno prodotto il risultato che la legge italiana si è trovato di fronte: dei fintissimi inconsapevoli che erano e sono in realtà molto consapevoli di essere indagati e che però non andranno a processo. E allora forse più ancora che la legge bisogna chiamare in causa i diversi governi che hanno fatto perdere l’innocenza e la fiducia nella giustizia e che ora con i loro massimi rappresentati devono fare il possibile affinché almeno po’ di quella fiducia si recuperi, al netto dell’innocenza ormai perduta.

I nostri rappresenti politici devono mettersi in testa che hanno il dovere di assicurare giustizia per Giulio, è l’imperativo morale di un compito che la politica italiana, indipendentemente dall’estate e dalla crisi della maggioranza, deve assumere subito, immediatamente.

Comunque, anche se la ricerca della giustizia ha ricevuto un colpo duro e pesante, non è finita l’altra notte. Perché se un certo giorno, sapendo bene quali siano le responsabilità dell’Egitto, dovesse emergere che l’Italia, per mille ragioni, è indisponibile e che i suoi organi di giustizia non possono garantire giustizia, beh, allora ci sono percorsi internazionali da intraprendere, primo tra tutti quello della Corte europea dei diritti umani. Quindi bisogna ripartire con la pretesa che il governo agisca, ma sapendo anche che esistono vie alternative. Non finisce qui.

*Portavoce di Amnesty International Italia