di Vittorio Coletti
huffingtonpost.it, 27 agosto 2026
La legge protegge lo Stato, la giustizia protegge l’individuo dalla legge ingiusta. Come due esigenze possono incontrarsi (ma stavolta non lo faranno). Il caso della Sea Watch, la nave della Ong che il governo accusa di non aver rispettato norme che questa ammette di non aver rispettato perché diffida dei libici con i quali doveva rapportarsi in base ad esse, mette in rilievo un grande problema esploso con le migrazioni: quello del rapporto tra legalità e giustizia, tra legge e pietà. Non si tratta infatti del banale caso del mariuolo che giustifica il non essersi fermato all’alt dei carabinieri perché non si fida degli uomini in divisa. È la riproposizione di uno dei temi più antichi e delicati della storia, riassumibile con la famosa vicenda dell’Antigone di Sofocle, la tragedia che racconta della sorella che disubbidisce al re e alle leggi della città per dare degna sepoltura al fratello.
La contrapposizione tra legalità e giustizia, tra regole e bene, anima dall’inizio il dibattito politico sulle migrazioni, con una parte che sottolinea le prime ignorando le seconde, perché denuncia l’irregolarità di chi entra senza aver chiesto permesso, e l’altra che fa il contrario, perché sottolinea la precedenza delle ragioni umanitarie di chi bussa alla nostra porta. Succede così che ogni volta si vede solo una faccia della questione, o la legalità o la giustizia, o la regola o la pietà, mentre dai tempi dei tempi il dramma è che sono presenti e importanti tutte e due: Giorgia Meloni vede solo l’infrazione delle norme sull’ingresso in Italia da parte dei migranti e chiede il rispetto della legalità; il Papa vede solo la loro sofferenza e invoca la pietà richiesta dalla superiore giustizia divina; le destre, che spesso sono insofferenti della legge dello stato in nome della libertà individuale, esigono legalità contro i migranti e le sinistre, che spesso fanno della legalità la loro bandiera, la ammainano di fronte alla doverosa giustizia dell’aiuto ad essi.
La delicatezza della questione sta nel fatto che hanno ragione gli uni e gli altri. Ma allora come comportarsi, come orientare almeno il proprio giudizio in un dilemma del genere? Innanzitutto, osservando un’importante differenza tra lo spazio della legalità, delle norme positive, e quello della pietà, della superiore giustizia: il primo è definito e delimitato dallo stato attraverso le sue istituzioni e mette al centro la collettività; il secondo ha confini più vasti e meno precisi e mette al centro la persona. Per secoli gli stati hanno fatto riferimento solo alle leggi e anteposto il loro rispetto a quello delle aspettative della persona. Da qualche tempo, il diritto più avanzato, quello internazionale, ha cominciato a precisare i casi in cui la legge degli stati si può sospendere perché lo richiedono superiori esigenze umanitarie delle persone (richieste di asilo da parte di perseguitati, vittime di guerre, di disastri naturali ecc.), ma gli stati hanno sollevato obiezioni e ne sono nati contrasti giuridici e politici.
Dietro i due atteggiamenti contrapposti, stanno due soggetti, attivi e passivi, diversi: dietro la richiesta di mettere avanti le leggi, il soggetto è lo stato, che, in quanto istituzione, le fa e, in quanto collettività, le riceve e rispetta; dietro la domanda di mettere avanti le persone, c’è l’individuo o il gruppo che la fa e quello che ne beneficia. Quando le due esigenze possono incontrarsi perfettamente e integrarsi siamo in uno stato felice; utopico, perché probabilmente impossibile e comunque concepibile solo in una dimensione sovranazionale, oggi, purtroppo, in forte difficoltà. Bisogna quindi cercare un compromesso. Che dovrebbe partire, a mio avviso, dal rispetto delle contrapposte ragioni. Chi parla a nome dello stato ha presente soprattutto l’intera collettività e non può che esigere il rispetto delle leggi che essa si è data; chi parla a titolo personale o di gruppo può pretendere il superamento della legge (e sarà pronto a pagarne le conseguenze anche penali) perché considera solo un numero limitato di persone (in questo caso i migranti) e queste, in quel frangente, vengono per lui prima della collettività.
Sono due interlocutori diversi, che hanno di fronte realtà umane e sociali non coincidenti, anche se certo non incompatibili. Comprese le rispettive ragioni e differenze, l’Antigone di Sofocle può aiutarci ancora. Antigone disubbidisce alle leggi che ritiene ingiuste per la persona (il fratello), come sostiene di aver fatto la Sea Watch per i suoi migranti, ed è pronta a pagarne il terribile prezzo; alla Sea Watch ne tocca uno modesto, ma non pare tanto disposta a pagarlo.
Il re difende la legge dello stato, ma, quando vede che il rispetto di essa ha generato dolore e morte, sprofonda nella disperazione; il governo Meloni si fa vanto dell’uso della forza con i migranti del momento, senza vedere che si condanna alla sconfitta sul lungo periodo. Oggi si desidererebbe uno stato che sappia allentare i vincoli della legge di fronte alle domande primarie della persona, ma anche una persona che non disprezza il diritto- dovere dello stato a fare leggi che tutelino tutta la comunità e non si vanta né pretende impunità se, per quanto con buone ragioni, non le rispetta.









