di Giorgia Decupertinis
Il Resto del Carlino, 31 maggio 2024
“A cena dentro”, buona la prima nella casa di reclusione di Castelfranco. Menù dai tortellini al galletto. E le richieste superano i posti disponibili. “È l’alba di un nuovo giorno”. Mercoledì sera, nella casa di reclusione di Castelfranco (in provincia di Modena), i raggi del sole stavano in realtà tramontando, cullati dal suono dell’arpa, quando i calici si sono riempiti e la tavola è stata minuziosamente allestita, dalle tovaglie bianche fino ai più piccoli dettagli.
Ma queste parole, nonostante il sole calasse alle spalle del carcere, rappresentavano in tutto e per tutto la verità: “Questa è l’alba di un nuovo giorno”. È l’alba di un riscatto, per tutti i detenuti che hanno indossato il grembiule e si sono messi ai fornelli, hanno presentato e servito i piatti, accarezzando il palato di settanta ospiti, in una speciale e tiepida serata di maggio nella quale il carcere di Castelfranco si è ‘aperto’ alla città. Un progetto, non a caso, chiamato “A cena dentro”: dentro le mura del carcere sì, ma che a primo impatto - dal servizio al menù - non ha nulla da invidiare a una “cena fuori”.
Un progetto voluto, studiato, iniziato con dei corsi di preparazione nei mesi scorsi grazie al coordinamento del consorzio Modena a Tavola (e al supporto di altre realtà del territorio): diversi chef modenesi hanno così trasmesso know-how ai detenuti, utili anche per il loro futuro durante la fase di reinserimento nella società, e guidandoli anche nel corso della serata d’esordio. Competenze ora raggiunte, tanto da garantire una cena all’altezza delle aspettative (“le richieste di prenotazione da parte dei cittadini hanno superato i posti disponibili, ma recupereremo nelle prossime serate”) fino a superare, brillantemente, il primo esperimento.
“Frequentando questo corso spero di dare il mio contributo - si legge tra i messaggi dei detenuti, impressi nero su bianco al fianco del menù -, con la speranza che questa nuova attività possa confermarsi nel progetto, in maniera concreta, con risultati e successi”. Anche gli stessi piatti serviti in tavola hanno voluto testimoniare un forte legame con il territorio: dal tradizionale tortellino, fino al petto di galletto, le ciliegie e i vini provenienti dai vigneti coltivati all’interno del carcere.
“Il carcere deve essere una possibilità per scontare il passato sì, ma guardando al futuro - queste le parole del cardinale Matteo Zuppi, presente alla cena -. Un progetto come questo fa bene al territorio, fa bene a chi vive qui dentro. A questi ragazzi posso solo dire ‘bravi’ e di impegnarsi”. Qualcuno è visibilmente emozionato, e non lo nasconde. “Oggi non c’è un noi e un voi - dice un detenuto -. Siamo qui tutti insieme, emozionati, a vivere questa esperienza: ho la pelle d’oca”. “I detenuti hanno sbagliato sì, ma devono essere messi nelle condizioni di poter migliorare la loro posizione attraverso strumenti di crescita e di arricchimento - ha spiegato la direttrice della casa di reclusione, Maria Martone -, più rieducazione significa anche più prevenzione”. Le porte del ristorante rimarranno aperte anche nei prossimi mesi, ma solo in alcune sere prestabilite.











