di Alessia Candito
La Repubblica, 30 giugno 2023
I palestinesi Fares, Walid e Ayman sono nel penitenziario di Catania perché sospettati di essere scafisti. Walid non riesce più ad alzarsi, Fares non cammina più, solo Ayman riesce con molti sforzi a raggiungere la sala colloqui. “Era un omone. Quando l’ho visto - mormora l’avvocata Grazia Palazzo - quasi ho stentato a riconoscerlo”.
Ancora una volta, in un carcere siciliano c’è chi sceglie lo sciopero della fame e della sete per tentare di far sentire la propria voce. E sebbene sia passato poco più di un mese dalla morte dei due detenuti nel carcere di Augusta, andati via dopo una lunga protesta di cui nessuno è stato informato, di nuovo la notizia filtra solo grazie a legali e associazioni, che ieri sono riusciti a informare il Garante. Ma è ormai da giorni che Walid, Fares e Ayman rifiutano cibo, acqua e persino le flebo con cui hanno tentato di idratarli. Le loro condizioni peggiorano.
“Finché non verranno ascoltati, non sono disposti a sottoporsi alle cure”, spiega l’avvocato. Non capiscono perché sono in carcere, non capiscono perché gli investigatori non abbiano creduto alle loro parole ma abbiano dato credito ad altri, non capiscono perché tentare di fuggire da violenze e abusi quotidiani in Libia sia considerato un reato.
Non hanno scelto di lasciare Gaza, raccontano, sono stati obbligati. Non ne potevano più di fame e bombe per questo sono partiti, hanno affrontato mesi di Libia, dove hanno lavorato da schiavi e capito che lì non c’era futuro. L’hanno cercato insieme ad un altro centinaio di persone, a bordo di una carretta in resina, con un motore zoppo che a turno, raccontano, tutti hanno cercato di far ripartire. Li ha soccorsi un mercantile, che li ha presi a bordo prima dell’arrivo di una motovedetta della Guardia costiera con cui hanno raggiunto Catania.
Pensavano che l’incubo fosse finito. E invece. Tre dei loro compagni di viaggio, tutti del Bangladesh, hanno puntato il dito contro di loro, gli investigatori non hanno trovato riscontri alle loro dichiarazioni, ma hanno valorizzato come prova a carico che fossero in possesso di “un telefono cellulare e di un borsone con effetti personali (tra cui sigarette, profumi e gel) e indumenti intrisi di benzina”. Uno di loro, si argomenta aveva “denaro contante in dollari americani (400), che avrebbero consentito il loro ritorno in patria per favorire altri viaggi o comunque la possibilità di collegarsi ad altri soggetti in madrepatria o in Italia”. Prove? Nessuna, tanto che la somma è stata subito dissequestrata.
Ma loro, che di questa storia sono i protagonisti, raccontano il legale e le associazioni che li stanno seguendo, hanno scoperto tutto dopo. Bollati come “sedicenti” a dispetto di regolari passaporti e in un caso persino di un certificato dell’Unrwa, Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi, sono stati fermati e portati in carcere. Carte e documenti in lingua sono arrivati solo dopo. E dietro le sbarre non c’era neanche qualcuno a cui chiedere aiuto in una lingua comune.
“Non si tratta di un caso isolato. In Italia ci sono quasi mille persone in carcere perché accusate di violazione dell’articolo 12 e bollate come scafisti”, spiega Richard Braude del circolo Arci Porco Rosso di Palermo, che da anni ormai segue la questione. “Spesso le prove sono deboli, del tutto indiziarie, ma non c’è alternativa alla detenzione perché non hanno un domicilio”. Alcuni centri, gestiti da associazioni o onlus, si rendono disponibili per la detenzione domiciliare. Ma i posti sono pochissimi. Risultato, i più rimangono in carcere, prigionieri non solo della struttura, ma anche dell’isolamento linguistico e relazionale. Una bolla che da tempo gli attivisti del “Porco Rosso” cercano di spezzare intrattenendo una fitta corrispondenza con i detenuti.
“È un modo per aiutarli a mantenere il contatto con il mondo. Uno di questi ragazzi- dice Braude - è in carcere a Trapani da tempo, ci ripete “l’unico mio desiderio è potervi incontrare”, ma in questo ed altri casi le nostre istanze sono cadute nel vuoto”. Alcune associazioni, come il centro Astalli, riescono ad attraversare quelle sbarre, fornire almeno vestiti, beni di prima necessità e conforto.
“Una delle richieste più frequenti - spiega Stefania, che ha incontrato i tre ragazzi - è di poter chiamare i familiari. Loro hanno diritto ad avere una scheda telefonica, ma è inutile perché non ha credito e va ricaricata e noi non possiamo farlo”. E di certo non possono farlo i familiari che spesso neanche sanno se i loro cari siano sopravvissuti. Ayman, tramite il legale, è riuscito a contattarli. A Gaza ha lasciato dieci figli. “Libera mio papà, signor giudice”, scandiscono in un video-appello inviato all’avvocato, in cui si sente la moglie dire: “Viviamo in una casa che è a stento un rifugio perché mio marito è solo un lavoratore, se fosse uno scafista non staremmo così”. Ma l’istanza di scarcerazione è naufragata e Walid, Fayes e Ayman hanno smesso di mangiare e bere. Informalmente, filtra dal carcere, si sta cercando di fornire loro tutta l’assistenza possibile. Fra i primi servizi necessari, ci sarebbe l’assistenza psicologica. Ma con la lingua a fare da barriera diventa impossibile. “In Italia, c’è in media meno di un mediatore per carcere. E ovviamente non parla tutte le lingue del mondo”, ricordano dal “Porco Rosso”. Lo sciopero della fame è “grido” universale, ma troppo spesso anche quello rimane inascoltato.










