di Laura Distefano
La Sicilia, 7 giugno 2026
La musica è uno strumento di comunicazione potentissimo. Può fare la differenza. Maurizio Musumeci, in arte Dinastia, è un rapper di Paternò - nel Catanese - che oltre a scrivere, comporre e cantare ha scelto di usare l’arte per aprire un dialogo con i ragazzi. Senza schemi, filtri e pregiudizi. Dalle scuole di periferia alle carceri minorili, ma anche fra i banchi di istituti scolastici di zone centrali e residenziali. Perché il disagio giovanile che può trasformarsi in violenza e cattiveria ha più origini, sociali e anche psicologiche. L’emarginazione del quartiere ghetto è forse la più diffusa e studiata, ma anche il vuoto della solitudine è un campanello d’allarme da non sottovalutare. La musica è sempre stata nella vita di Dinastia. Ed è stata, forse, un’ancora di salvezza. Anzi di supporto. Una via per “portare fuori” domande, tormenti, ansie, paure e soprattutto sogni.
La chiave di violino e il pentagramma sono tatuati nel suo Dna. “Io ho iniziato a fare musica a 14 anni. Ora ne ho 39. Io sono sempre stato attento a quello che dicevano i pezzi delle canzoni. Però il testo impegnato per me non è solo quello di denuncia sociale o politica. Lo è anche una canzone d’amore, ma scritta bene. Quello che mi è sempre stato a cuore dall’inizio fino ad adesso è quello di dire qualcosa attraverso la musica”. Maurizio è l’esempio perfetto di come può diventare virale un messaggio di legalità fortissimo. “Chi gliel’ha fatto fare”, non a caso, ha vinto il contest di “Musica contro le mafie”. “Io ho sempre raccontato - spiega - quello che mi circonda e mi ha segnato. Quando ero piccolo ho letto questo libro di mio zio che era “Cose di Cosa Nostra” di Giovanni Falcone. La prima volta che l’ho letto andavo ancora alle elementari e non avevo chiaro proprio tutto, però una domanda mi era nata: ma a questo qua, sapendo poi come è finita, chi gliel’ha fatto fare? Poi quel libro l’ho riletto alle medie quando avevo un po’ più di consapevolezza. Poi alle superiori il quadro è stato completo. Il fatto di voler raccontare è stata una cosa naturale per me. Era una cosa che ho sentito di dover fare”.
Maurizio non immaginava minimamente quello che quella canzone, incisa oltre dieci anni fa, avrebbe scatenato. “Quella canzone rappresentava una parte di quello che volevo dire io con la musica e, quindi, l’ho messa lì in rete. Da lì la canzone ha preso vita, molti l’hanno cominciata a usare per manifestazioni di legalità e hanno fatto anche delle cover”. La prova che la musica può cambiare le coscienze è stato il fatto che quella canzone ha dato il coraggio a un giovane di ribellarsi alla mafia. “Questo brano me la porto dietro ormai da sempre. Molto spesso chi fa musica si vanta del platino, io ho un platino che per me vale tantissimo: questa canzone ha ispirato un imprenditore di Biancavilla a denunciare il pizzo. Per me questa è una cosa bellissima”.
L’impegno sociale di Dinastia non è solo nella stesura dei testi, ma è anche e soprattutto pratico e operativo. Da tre anni è il protagonista di un laboratorio di rap creato all’Istituto penitenziario minorile di Acireale. Con la realizzazione di una “cella di incisione”. Così l’artista ama chiamare la sala di incisione all’interno dell’Ipm acese. Il progetto è promosso in tutta Italia dall’associazione Crisi come opportunità. Tutto è nato da una telefonata. “Mi ha contattato Lucariello e mi ha chiesto se mi andava di provare a fare laboratori di rap all’interno di un carcere minorile”. Maurizio ha intrapreso questo percorso in punta di piedi ma poi ci si è buttato a capofitto. Un percorso di cui si è “innamorato”. “Questi ragazzi mi danno tantissimo. Prendo più io da loro che loro da me. E sono felice del percorso che stanno facendo. Marco (nome di fantasia) tra poco uscirà con una canzone che abbiamo prodotto all’interno del carcere minorile. È una canzone che parla di un amore estivo, nulla da invidiare a quello che già abbiamo nel panorama musicale”. Capita che i partecipanti al laboratorio scrivano dei testi crudi e brutali. Sono racconti di vita. Per alcuni di loro la vita è stata molto dura. “Quando accade cerchiamo di parlarne e di confrontarci. E cercare di capire da dove nasce il disagio. Però la parola più ricorrente che ho incontrato nei testi dei ragazzi che fanno i laboratori è mamma”. Cosa accade però quando questi ragazzi usciranno fuori? “Bisogna rafforzare tutto il sistema socio-educativo: far capire che ci può essere un’alternativa”. Maurizio, infine, lancia un messaggio potente: “Ai giovani voglio dire di essere curiosi”. Andare oltre. La curiosità verso un libro, d’altronde, ha dato una rotta alla vita di Dinastia. Quasi inaspettata. “Sono dell’idea che essere curiosi è il primo passo per aprire la mente”.










