di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 1 luglio 2024
Giovanni Piero Salvo, boss del clan Cappello, vive ormai su una sedia a rotelle. Ha anche incontrato il presidente del tribunale per i minorenni: “A 14 anni fui il portavoce della spaccatura fra le famiglie”. “Signor giudice, a me l’hanno rubata l’adolescenza”. Ha un inizio drammatico la lettera che Giovanni Piero Salvo, capomafia del clan Cappello condannato all’ergastolo per la strage di Catenanuova, ha spedito nei giorni scorsi al giudice Roberto Di Bella, il presidente del tribunale per i minorenni di Catania. “A 14 anni mi ritrovai già ad essere il portavoce della spaccatura del 1992 - racconta. All’epoca, ero davvero solo un ragazzino, ma avevo un cognome importante e tutti mi consideravano un grande”.
È la lettera di un mafioso irriducibile, testimone dell’avanzata degli “scissionisti” Cappello Pillera, che mai ha voluto collaborare con la giustizia, però ora dice di aver preso le distanze dall’organizzazione mafiosa: “Sto pagando il mio conto - scrive al giudice - anche attraverso la malattia che mi affligge e che mi costringe a muovermi su una sedia a rotelle”.
Giovanni Piero Salvo, il figlio di Pippo “u carruzzeri”, il fondatore del clan Cappello, ha oggi 47 anni, 25 li ha trascorsi in carcere. E, adesso, vuole fare un gesto forte, raccontare la sua vita drammatica piena di fallimenti ai ragazzi detenuti: “Ho avuto la forza e l’intelligenza di capire che era tutto sbagliato, tutto uno schifo - ha scritto ancora al giudice Di Bella - e adesso voglio aiutarla nel suo lavoro prezioso per togliere altri ragazzi dalla strada. Chi meglio di me potrebbe fargli capire che devono indirizzare la loro vita nella legalità e nel lavoro? Potrei far capire soprattutto che persone come me, che loro vedono come miti, non sono affatto tali, ma invece rovinano la propria vita e quella degli altri”.
Dopo la lettera, il presidente del tribunale per i minorenni di Catania ha incontrato il boss. “Le sue parole mi sono sembrate molto importanti - dice Roberto Di Bella - il racconto dell’adolescenza negata che fa Giovanni Piero Salvo mi ha molto colpito, è di grande attualità, anche oggi molti giovani restano imbrigliati nelle maglie della criminalità organizzata. Valuteremo la sua proposta di fare incontri con i ragazzi detenuti”.
L’avvocato del mafioso, Giorgio Antoci, racconta: “Ormai da anni, il mio assistito sta facendo un particolare percorso di revisione della sua vita - dice - e, adesso, con la richiesta avanzata al presidente Di Bella, non intende chiedere alcun beneficio. Anche perché sta già scontando in detenzione domiciliare la pena a cui è stato condannato. Per motivi di salute”.
Nella sua lunga lettera, Giovanni Piero Salvo racconta soprattutto la sua adolescenza negata: “Non ancora quindicenne, fui arrestato per la prima volta. A sedici anni, mi arrestarono nuovamente, venni portato all’istituto per minorenni di Acireale per circa sette mesi. E da lì in poi è stato un crescendo”. Era un predestinato, Giovanni Piero Salvo. Figlio di uno dei mafiosi più importanti di Cosa nostra catanese, anche lui ormai all’ergastolo. “Purtroppo - è scritto ancora nella lettera - l’avere un cognome pesante ha facilitato la mia carriera criminale, rendendo tutto praticamente automatico. Senza che me ne sia accorto, mi sono trovato coinvolto in tutto”.
Parole accorate, anche se Giovanni Piero Salvo non cita mai chiaramente la parola mafia. E tramite il suo legale ribadisce di non voler collaborare con la giustizia. Dice ancora l’avvocato Antoci: “Il mio cliente è fuori da quel contesto ormai da anni, gli stessi giudici rilevano che non c’è più un’attualità della sua pericolosità sociale”. Attualmente Salvo chiede che gli venga sospesa l’esecuzione della pena per lo svilupparsi della malattia. Il tribunale di Catania ha confermato per due volte la detenzione domiciliare e per due volte la Cassazione ha annullato, chiedendo di indicare “elementi concreti” di un’eventuale pericolosità sociale.
Intanto il boss scrive in un altro passaggio della lettera: “Fra tante cose sbagliate della mia vita, sono stato invece fortunato ad avere una moglie speciale che mi ha aiutato ad allontanarmi da tutto ciò, e nei periodi di mia assenza è riuscita ad educare egregiamente e a tenere lontani i miei figli, che oggi sono il mio orgoglio”. Ora ribadisce di volere aiutare i ragazzi finiti in carcere. “Giovanni Piero Salvo riconosce l’importanza del protocollo “Liberi di scegliere” - dice il presidente Di Bella - dobbiamo impegnarci tutti per offrire un’alternativa ai figli dei mafiosi. Per questo sarebbe anche importante varare una legge, per assicurare risorse stabili al progetto”. È l’impegno che ha preso la presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo, il gruppo di lavoro che sta predisponendo il progetto di legge è presieduto dalla senatrice Pd Enza Rando, già vice presidente di Libera: “Un segnale importante - dice il giudice Di Bella - tutti uniti per salvare i nostri ragazzi”.











