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di Giuseppe Russo

Avvenire, 18 marzo 2025

L’arcivescovo Renna in visita all’Istituto penitenziario di Piazza Lanza. L’incontro con gli ospiti cella per cella. Cresce il progetto “Senza catene”. Nell’Anno Santo dedicato alla speranza non poteva di certo mancare un appuntamento rivolto a coloro che coltivano forse più di tutti questo sentimento, dettato da una voglia di rivalsa e riscatto sociale. Sarà il prossimo 14 dicembre - a ridosso della chiusura - il Giubileo dei detenuti a Roma, ma nell’arcidiocesi di Catania l’appuntamento è già avvenuto domenica scorsa, 9 marzo.

“Oggi in cielo si fa festa per voi!” L’arcivescovo Luigi Renna ha salutato così il centinaio di donne e uomini che affollavano la cappella del carcere di Piazza Lanza. È venuto a festeggiare il Giubileo diocesano dei carcerati con i diretti protagonisti. Ad accoglierlo il direttore, dott.ssa Nunziella Di Fazio, e il comandante della Polizia Penitenziaria, dott.ssa Simona Verborosso, che con grande sensibilità e impegno hanno organizzato la visita, nei giorni precedenti, curando ogni dettaglio organizzativo e dispiegando ogni forza per garantire che tutto, in un momento così delicato per le carceri italiane, possa andare per il meglio. Loro, i “ristretti”, questa visita l’aspettavano, e due di essi lo dicono con forza all’arcivescovo; hanno voluto preparare un saluto, lo leggono di fronte a tutti.

La prima è M., piccola, emozionata: “Qui abbiamo bisogno di speranza, non solo per il buio che stiamo attraversando ma anche per l’incertezza del futuro. La nostra persona non può essere associata solo al nostro reato, alle nostre colpe. Noi ammettiamo le nostre responsabilità, chiediamo solo maggiore ascolto e fiducia verso di noi”.

Le fa eco P., viso aperto, braccia forti. Nelle sue parole, la visita dell’arcivescovo si fa tutt’uno con quella del Papa a Rebibbia, per l’apertura della Porta Santa: “In questa parte della società dove il tempo sembra fermarsi, proviamo la sensazione che il mondo intero si sia dimenticato di noi. Ma la visita del Santo Padre in un penitenziario ci ha ricordato che Dio Onnipotente non si dimentica mai e siamo contenti che lei sia oggi con noi; in questo modo, ogni Pastore della Chiesa si fa portavoce del saluto del Papa.” La messa procede; i canti, le letture, le preghiere.

All’omelia, monsignor Renna ricorda le tentazioni di Cristo nel deserto, le stesse con le quali il diavolo - letteralmente, colui che divide - tenta l’uomo di ogni tempo: avere, potere, apparire. I volti di tanti, mentre lui parla, sono chini, e assentono. Alla conclusione, sulle note dell’ultimo canto, l’arcivescovo prende in mano la lampada del Giubileo e, sceso giù dall’altare, passa tra i banchi. La lampada è grande e colorata, riporta il disegno della croce e dell’ancora: “È il simbolo della speranza” spiega Renna.

Nessuno resta fermo al suo posto, ciascuno vuole toccarla, prenderla in mano per qualche secondo e dire così la sua speranza. Dopo la messa monsignor Renna va a visitare i reparti che non hanno potuto partecipare alla celebrazione. Si accosta ad ogni cella; alle sbarre si accalcano i volti, le braccia si protendono per un saluto, una carezza, una stretta di mano, le parole servono giusto per balbettare una richiesta, una preghiera, un semplice “grazie”.

Quando la visita finisce, è quasi mezzogiorno; son passate più di tre ore dal momento in cui l’arcivescovo aveva fatto ingresso in Istituto. Finisce la visita, non il Giubileo. Renna lo ha ricordato anche in cappella: a Catania la Chiesa accompagnerà i carcerati per tutto l’Anno Santo con il progetto “Senza catene”: iniziative di solidarietà dentro le carceri e sostegno al reinserimento lavorativo di chi, con il carcere, ha chiuso i conti o sta per farlo. Ci vuole tempo, certo. Ci vogliono, soprattutto, cuori aperti. Conviene averli. “I cuori chiusi, quelli duri, - ha detto Papa Francesco a Rebibbia - non aiutano a vivere”.

Lavoro ai detenuti, il modello Padova, di Giuseppe Russo

“Nel 1986 eravamo un gruppo di giovani neolaureati in scienze agrarie e forestali, che avevano il desiderio di vivere cristianamente il mondo del lavoro”. Nasce così, a Padova, “Agriforest” che ben presto muterà il proprio nome in “Cooperativa sociale Giotto” sin da subito attiva all’interno del carcere Due Palazzi di Padova. A raccontarne la genesi e i 39 anni di storia è Nicola Boscoletto, socio fondatore e presidente della cooperativa. Lo abbiamo incontrato in occasione della sua venuta a Catania, dove è stato relatore del primo della serie di incontri di catechesi quaresimali presso la cattedrale di Sant’Agata. “Volevamo - racconta Boscoletto - che la grande idealità che avevamo vissuto durante gli anni di università non fosse una cosa relegata al contesto temporale, ma che durasse per tutta la vita”.

Nel 1990 per la Cooperativa Giotto - che si occupa principalmente della progettazione e manutenzione del verde in diverse aree urbane - ci fu la svolta: “Fummo interpellati per sistemare le aree esterne del carcere di Padova”. Da lì scaturì una riflessione: “All’interno di queste mura - riprende ancora il presidente, raccontando - c’erano 700 persone che non facevano nulla dalla mattina alla sera. Perché non insegnare loro un’attività come il giardinaggio? “. Nonostante lo scetticismo iniziale si partì. Quel corso rappresentò un vero e proprio miracolo, a partire dalla “coincidenza” con cui si partì nel settembre del 1990: “Proprio in quei giorni veniva ucciso dalla mafia il giudice Rosario Livatino, un modello di giustizia e di fede a cui tendere. Una giustizia senza umanità - continua Boscoletto, ricordando ancora il giudice - non è una giustizia “giusta”. È una vendetta. La giustizia è vera se è umana, se aiuta la persona a ritrovarsi, a ricredersi, a rinascere”. In questi decenni di attività, Boscoletto e i suoi amici fondatori, hanno avuto il privilegio di essere testimoni di storie di conversione e profonda trasformazione umana: “Vedere l’altro cambiare - specialmente quello “irrecuperabile” da fascicolo - le lacrime di una mamma e un papà che ritrovano un figlio perduto… Vedere rinascere davvero le persone”. “Sono rinato, non sono più quello di prima”, è l’espressione che molti di questi detenuti ed ex detenuti - spesso in carcere per scontare omicidi - utilizzano per raccontarsi e definirsi. “Sin da subito c’è stato da fare i conti con la morte - prosegue Boscoletto - ma se io per primo non credessi alla vita eterna, al fatto che nessuno può definitivamente togliere la vita ad un’altra persona, non dovrei più entrare in carcere. Prenderei in giro quelle persone”. Nel tempo, l’impegno della cooperativa si è esteso anche al mondo della disabilità e del disagio sociale. Dal 2019 l’esperienza ha trovato terreno fertile anche in Sicilia, ad Alcamo: “Giovani con grande entusiasmo, che facciamo fatica a trovare anche nel produttivo Nordest”.

Voci di fede e di speranza dal carcere, di Luigi Renna*

Ci sono luoghi in cui l’esperienza del Giubileo lascia un segno che è forse più profondo di quello dei nostri pellegrinaggi, e tra questi credo che il più vero sia il carcere, un luogo, ma anche un tempo, fatto di assenze e di presenze, che può far fare un pellegrinaggio vero come quello dell’Esodo, verso la Terra Promessa del perdono e della vita nuova. Al carcere di Piazza Lanza e a Bicocca, nella Prima Domenica di Quaresima, si è celebrato il Giubileo con i detenuti, con un’intensità di fede che è stata testimoniata da alcune lettere. Da una di esse emerge la gratitudine verso papa Francesco per la sua attenzione verso i detenuti: “…la visita del Santo Padre in un penitenziario ci ha ricordato ancora una volta che Dio onnipotente non si dimentica mai di noi” (lettera di P.). Quanti carcerati mi hanno chiesto notizie sulla salute del Papa, e non per mera curiosità, ma con l’apprensione che si prova per una persona cara!

E poi la testimonianza di chi nel tempo in cui sta scontando la pena, si sente già libero di una libertà più grande. Scrive M.: “… fuori avevo la mia libertà, ma non dentro il mio cuore. È vero, c’è la libertà fuori, ma quando si è incatenati dentro, si è prigionieri anche nella libertà. Oggi fra queste mura posso dire di sentirmi libera perché ho abbandonato la vita vecchia. Abbandonare il passato mi ha fatto sentire viva e la cosa che mi dà tanta forza è che quando uscirò da qui vivrò interamente in Dio”. M. G. manifesta la consapevolezza di aver sbagliato, ma scrive anche: “la nostra persona non può essere associata solo ed unicamente al nostro reato e alle nostre colpe. Noi ammettiamo le nostre responsabilità, e chiediamo solo maggiore ascolto e fiducia verso di noi e il percorso che stiamo facendo”. La fede nel carcere, come in ogni esperienza del limite, fa rifiorire e aprire alla speranza, che quando è quella di una persona che ha commesso dei reati che hanno portato squilibrio nella società, diventa speranza per tutti. È un messaggio per noi che ci consideriamo giusti e che non sentiamo la stessa emozione che hanno sentito alcuni di loro quando è stato annunciato che con la confessione e l’indulgenza, “le sentenze” del Padre misericordioso, è stato loro perdonato tutto, e che il suo abbraccio li ha resi puri come bambini. Ora la stessa “lotta” quotidiana attende noi e loro, quella che Gesù stesso affrontò e vinse contro il diavolo nel deserto, in mezzo alle tentazioni del possedere a tutti costi, del potere arrogante, e dell’apparire che nasconde la nostra verità. Affronteremo questa “lotta” sapendo di avere dalla nostra parte il Messia, colui che è venuto “a proclamare la libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore” (Is 61,1b).

*Arcivescovo