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di Pinella Leocata

La Sicilia, 8 novembre 2026

Dopo il decreto Caivano ingressi negli Ipm aumentati del 32%. Magistrati, chiesa e operatori: “Serve un’alleanza di comunità”. Il sistema giudiziario minorile italiano è stato a lungo un modello per tutta l’Europa perché mette al centro non il reato, ma la persona attorno alla quale costruisce reti di sostegno affinché il percorso penale sia un processo educativo volto al reinserimento sociale. Un sistema che i recenti interventi normativi - i vari decreti sicurezza, a partire da quello Caivano - stanno minando alla radice puntando solo sulla repressione e sull’aggravamento delle pene che rischiano di aggravare i problemi anziché risolverli. Di questo si è discusso al convegno su “La responsabilità condivisa. Progetti educativi e alleanze territoriali per una giustizia minorile di comunità” promosso dall’arcidiocesi insieme con Caritas, Ufficio di pastorale carceraria e ministero di Grazia e Giustizia.

I dati dicono che, dal 2023 ad oggi, a fronte di un lieve aumento delle segnalazioni di reato, si registra un’impennata del 32% degli ingressi negli istituti penali minorili e questo proprio a causa delle nuove norme securitarie. E si tratta, per il 68,1% di ragazzi che non hanno una condanna definitiva e per il 25% di persone in attesa di giudizio. Di contro la povertà infantile tocca il 13,8% della popolazione, il che vuol dire che un ragazzo su sei vive in condizione di povertà assoluta.

Una situazione di fronte alla quale l’arcivescovo Luigi Renna lancia un accorato allarme affinché la nostra società non punti sulla punizione, ma faccia del carcere “un luogo dove rinasce la speranza, dove i giovani possano avere quello che non hanno mai avuto prima”: educazione, attenzione, cura. Dunque no alla richiesta di “più carcere, più carceri e più sicurezza”, ma misure alternative e un’alleanza della comunità territoriale volta all’aiuto, a “conservare il senso educativo della pena nel rispetto della tradizione giuridica italiana e dei valori cristiani”.

Concetti condivisi da Alfio Pennisi, direttore dell’ufficio di Pastorale carceraria della Diocesi e da Emma Seminara, magistrato di sorveglianza al Tribunale per i minori, che ha sottolineato come la “sicurezza si realizza solo se c’è la giustizia e la pace” e che il carcere deve essere “non un luogo di esclusione, ma di inclusione dove ai giovani vengono offerte opportunità di cui non hanno goduto prima”.

A questo è stato finalizzato il progetto Jobel, per insegnare un mestiere e a scoprire la lettura e il racconto fotografico, di cui ha raccontato Valeria Pisasale della Caritas. Il reato - evidenzia Roberta Montalto, direttrice dell’ufficio di Servizio sociale del ministero di Giustizia - è un atto comunicativo che bisogna sapere ascoltare, “deve essere una chiave di lettura del disagio che, a sua volta, non può essere considerato solo un problema di ordine pubblico”. Per questo gli operatori sociali devono lavorare in rete, creando alleanze forti e trasformative, e devono stare con i ragazzi ed essere per loro “presìdi di speranza e del limite, dando loro delle regole”.

Concetti ribaditi da Maria Covato, direttrice dell’istituto penale minorile di Catania, che spiega come, partendo dall’ascolto di ogni ragazzo, si costruisce per lui un percorso educativo volto a creare consapevolezza e responsabilità e a costruire un futuro. Ragazzi che vanno aiutati anche a coltivare le relazioni affettive e a rispettare le regole. Un lavoro e un impegno di cui tutta la comunità deve farsi responsabile.