di Riccardo Di Nardo
catanzaroinforma.it, 3 febbraio 2026
Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, la presidente della Corte d’Appello di Catanzaro richiama l’attenzione sul sovraffollamento e sui suicidi in carcere. L’immagine dei detenuti che girano in tondo senza avanzare. L’idea di un sistema penitenziario che appare senza via d’uscita. Non è casuale l’opera che la presidente della Corte d’Appello di Catanzaro, Concettina Epifanio, ha scelto per la copertina della sua relazione in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno giudiziario. “La ronda dei carcerati” di Vincent Van Gogh, un’immagine capace di parlare prima ancora delle parole e che, ha spiegato la presidente Epifanio, “pur essendo stata dipinta dal grande pittore olandese nel 1890, ben può simboleggiare le criticità della situazione carceraria attuale”.
È da questa immagine che prende avvio uno dei passaggi più intensi della relazione, dedicato al sovraffollamento carcerario. Una “vergogna nazionale” l’aveva già definito la presidente Epifanio nella relazione dello scorso anno, “anche se per la verità si tratta purtroppo di un fenomeno che riguarda anche tanti altri Paesi europei e non solo”.
Un tema che la presidente Epifanio sente in modo profondo, tanto che, nel corso dell’assemblea, ha chiesto un minuto di silenzio in memoria di chi si è tolto la vita in carcere. “È vero che è diminuito - ricorda Epifanio - il numero dei suicidi: dagli 83 morti, non solo detenuti ma anche agenti di polizia penitenziaria ed educatori, del 2024 ai 79 registrati nel 2025”. Due di questi 79 suicidi sono avvenuti all’inizio dell’anno passato proprio nel distretto di Catanzaro: il 7 gennaio, nel carcere di Paola, è stato trovato impiccato nella sua cella un detenuto quarantenne e il giorno dopo anche un assistente amministrativo ha posto fine ai suoi giorni. “Questo lieve calo non ci conforta per nulla! Stiamo parlando di persone, di persone in carne e ossa, e non di freddi numeri da statistica!”, ha rimarcato Epifanio, che ha fatto proprie le parole pronunciate dal Ministro Nordio il 22 luglio 2025 durante la visita al carcere di San Vittore: “Ogni vita spezzata dietro le sbarre è una sconfitta dello Stato. Non possiamo rassegnarci alla retorica dell’inevitabile”.
“Ma non bisogna fermarsi alle parole - ha aggiunto -. Ognuno deve fare la propria parte, ognuno deve assumersi la propria responsabilità, per quel che può”. “Io non mi rassegno alla retorica dell’inevitabile continuando a denunciare il problema ogni volta che ne ho l’occasione e, nel frattempo, a far sentire la mia vicinanza, istituzionale prima che umana, agli ultimi degli ultimi, quali sono i carcerati, e a chi si prende cura di loro, andando a trovarli, come ho cominciato a fare e come continuerò a fare visitando gli Istituti penitenziari del distretto. Il decisore politico, che i problemi non li deve solo denunciare ma piuttosto risolverli, se non vuole rassegnarsi alla retorica dell’inevitabile deve invece intervenire con misure concrete che, a mio sommesso avviso, non possono consistere solo nell’incrementare la spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni”.
La presidente Epifanio ha criticato la scelta del Ministero della Giustizia di centralizzare le attività culturali nelle carceri che “con l’obiettivo di garantire omogeneità e qualità al sistema” ha tolto “il potere decisionale a direttori e magistrati di sorveglianza” e ha rimarcato come “non risolve il problema della sicurezza nelle carceri, che ha la sua origine anche nel sovraffollamento, l’aver introdotto una nuova fattispecie criminosa, la rivolta penitenziaria anche per ipotesi di non violenza e disobbedienza civile, frutto della visione panpenalistica e sicuritaria che negli ultimi anni permea il sistema”.
“Sarebbe invece necessario - ha spiegato - ripensare le politiche punitive: riservare il carcere ai casi di maggiore allarme sociale; utilizzare la custodia cautelare in carcere come extrema ratio; ampliare il campo di applicazione delle misure alternative, prevedendo dei trattamenti individualizzati che contemperino le esigenze di difesa sociale con quelle di risocializzazione; investire in attività trattamentali che consentano di ridurre al minimo necessario il ricorso alle “celle chiuse”; rimpolpare gli organici della magistratura di sorveglianza e della polizia penitenziaria; rendere effettivo il lavoro in carcere. Senza tralasciare l’edilizia carceraria, in modo da garantire ai detenuti più ampi spazi di vivibilità, sia nelle celle che nelle zone comuni destinate ad attività ricreative, garantendone altresì il diritto all’affettività inframuraria. Solo mettendo al centro la “persona” e non il carcere possiamo nutrire la speranza di cambiamento e non rassegnarci alla retorica dell’inevitabile”.
“Il sovraffollamento - ha spiegato nella sua relazione la presidente Epifanio - rende il carcere solo un luogo di detenzione e di custodia dove non può fiorire nessun serio programma di ravvedimento e di risocializzazione del detenuto, un luogo da cui le persone escono senza speranza nel futuro. Chi è costretto a vivere in condizioni di squallore, di degrado e di violenza ha poche possibilità di riconoscere il male compiuto, piuttosto vede accrescere in sé la rabbia e il rancore verso le Istituzioni; e se non c’è riconoscimento del male compiuto, aumenta il rischio che coloro che hanno sbagliato, una volta fuori, tornino a sbagliare. Solo un sistema sanzionatorio che sia capace di assolvere a una funzione autentica di riparazione e di inclusione per chi ha infranto il patto sociale è capace di ridurre drasticamente la recidiva ed è garanzia di sicurezza della collettività. Un carcere sovraffollato e in condizioni logistiche degradate e degradanti impatta negativamente anche sul livello di stress di quanti all’interno delle mura esercitano la propria attività lavorativa: polizia penitenziaria in primis, ma anche direttori, educatori, psicologi, i quali patiscono la frustrazione dell’estrema difficoltà di alimentare la speranza di cambiamento in chi è ristretto”.
“L’anno scorso - ha aggiunto - auspicavo che l’iniziativa di Papa Francesco, di dare avvio al giubileo della speranza aprendo una delle porte sante del carcere di Rebibbia, potesse riaccendere i riflettori sulla situazione carceraria italiana e ridare speranza ai detenuti. Auspicavo altresì che il Governo prendesse finalmente a cuore la situazione dei detenuti costretti a vivere in condizioni spesso inumane e degradanti. Non mi pare che questo auspicio si sia realizzato”.
La presidente Epifanio ha evidenziato una situazione nel distretto in miglioramento, in controtendenza rispetto al dato nazionale. Rispetto all’anno precedente è diminuito il numero delle carceri sovraffollate: solo tre su sette (Castrovillari, Rossano e Crotone) soffrono di questo problema e in più, in questi Istituti di pena, è calato il tasso di sovraffollamento: Castrovillari è passato da una percentuale del 132,79% al 49%; Rossano dal 122% al 120%; Crotone dal 140% al 128%. “Ma questi risultati, pur positivi, non ci confortano più di tanto”, ha spiegato la presidente Epifanio, che per l’esergo della relazione ha scelto l’articolo 27 della Costituzione.
“Il sovraffollamento - ha spiegato - è violazione e negazione di quell’articolo, sia nella parte in cui proclama che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, sia nella parte in cui dichiara che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Senso di umanità e rieducazione dovrebbero andare sempre di pari passo: solo un trattamento umano ha maggiore possibilità di consentire il pieno reinserimento sociale di chi ha sbagliato. Il sovraffollamento è negazione della dignità umana, rende sempre più difficile e aleatorio l’accesso alle cure e alle terapie, e quanto ciò abbia conseguenze nefaste sulla salute fisica e mentale di una popolazione carceraria che conta oltre il 32% di tossicodipendenti e una percentuale altissima di malati psichiatrici, è facile immaginare”.
Ecco irrompere con forza l’immagine di Van Gogh: “Il cortile angusto e circondato da mura altissime richiama la mancanza di spazi e il sovraffollamento; l’assenza di cielo è metafora della mancanza di prospettive. Vi sono però delle piccole aperture sulle pareti: quelle, rappresentano la speranza che resiste!”.










