di Niccolò Della Seta Issaa
Il Manifesto, 9 aprile 2026
Nell’esordio di Davide Angiuli le storie di Agust e Donato, tra crimine e voglia d’evasione. Un film può parlare di marginalità, con un punto di vista contemporaneo, anche senza essere per forza ambientato a Roma o Napoli. È il primo pensiero che ho avuto dopo aver visto il brillante esordio del regista barese Davide Angiuli, “Cattiva Strada”, uscito nelle sale il 26 marzo e presentato in anteprima all’ultima edizione del Bif&st. Donato (Malich Cissè), un diciottenne di origini africane, lavora a Bari come guardiano in un parcheggio sotterraneo. Un impiego precario e pagato una miseria, ma che gli serve disperatamente per le medicine della nonna adottiva malata di Alzheimer. Una sera, mentre sta per staccare da un turno, all’improvviso dal sedile posteriore della sua auto sbuca un uomo che gli punta un coltello alla gola. È Agust (Giulio Beranek), un piccolo criminale albanese che lo costringe ad accompagnarlo nel furto di alcuni gioielli in un appartamento.
Dopo essere stato licenziato in tronco per aver lasciato incustodito il parcheggio, Donato si propone come autista fisso per i “lavori” di Agust, che accetta. Da un incontro accidentale, il rapporto fra i due protagonisti si evolve in un ambiguo legame fraterno che gioca sul confine fra amore e odio. Nelle infinite nottate passate in macchina - un’icona di libertà e movimento, che qui si trasforma in prigione di metallo - le loro due esistenze solitarie cominciano a farsi compagnia a vicenda ed è come se i furti diventassero solo una scusa per dare adrenalina a una vita altrimenti grigia e apatica. Agust spiega a Donato le antiche leggi del Kanun (il codice d’onore albanese basato sulla vendetta), lo invita a casa sua, gli presenta la mamma e la sorella minore. Scopriamo che, proprio a causa del Kanun, Agust è ricercato da un’altra famiglia albanese che vuole ucciderlo. Donato invece gli racconta di come da bambino i suoi genitori l’abbiano abbandonato e da allora non li ha più rivisti. Cattiva Strada è essenzialmente un viaggio alla ricerca di una nuova appartenenza, di cui anche noi entriamo a far parte fino al punto che i protagonisti ci appaiono reali, tangibili. Li accompagna un ritmo teso e ansiogeno, l’elemento che su tutti si dimostra azzeccato, aiutato dalla spinta della musica elettronica che fa da colonna sonora. Proprio durante un rave si svolge la scena più toccante, che rende evidente l’ispirazione da parte di Angiuli al cinema di Claudio Caligari - soprattutto Non essere cattivo.
Agust e Donato, dopo aver sniffato una polvere bianca indefinita, ballano fino all’alba. È l’unico attimo che fa percepire un velo di temporanea serenità. Cattiva Strada non è però un film che vuole direttamente denunciare le condizioni di chi vive ai confini della società, lo si potrebbe pensare solo se visto in maniera laterale, come conseguenza. Riesce anche a sfuggire ai cliché dei film sulla criminalità, come ad esempio quello del giovane inesperto che con astuzia riesce a diventare un boss. Si tratta piuttosto di una lenta discesa nelle tenebre della vita di tutti i giorni, che da subito percepiamo non potrà mai volgere a lieto fine.
Un altro aspetto di valore è la scelta di non soffermarsi eccessivamente sul passato della coppia di protagonisti, che viene solo lasciato intuire, con dei piccoli indizi sparsi nei dialoghi. E lo stesso vale per il giudizio della macchina da presa, che non risulta mai imposto ma rimandato indietro verso di noi. Ma è la Bari periferica che ci mostra Angiuli la vera protagonista di Cattiva Strada. La città acquisisce delle sembianze oscure, lontane dall’immagine patinata di un territorio oggi divorato dal turismo di massa, per trasformarsi in delle sabbie mobili fatte di cemento e strade sconnesse che in ogni momento potrebbero inghiottire Donato e Agust senza lasciare traccia.











