di Giuseppe Muolo
Avvenire, 14 dicembre 2025
Di prima mattina, un’intensa foschia ha ricoperto tutta la zona. Poi è arrivato il sole. E piano piano si è preso la scena, facendosi spazio tra le nuvole. Lo hanno interpretato quasi come un segno, i detenuti, i cappellani e i volontari di diverse carceri italiane che ieri e venerdì si sono riuniti a Sacrofano, a pochi chilometri da Roma. Tutti insieme per pregare e prepararsi alla Messa di stamattina con papa Leone XIV, cuore del Giubileo dei detenuti, l’ultimo grande evento giubilare. C’era Luca (nome di fantasia), che sta scontando la sua pena dal 2018.
Nella valigia ha lasciato un posto speciale al diario di Santa Faustina Kowalska. Lo ha scoperto per caso qualche anno fa e non se ne è mai più separato. Lo legge insieme al cappellano del suo istituto penitenziario. Giovanni invece da poco tempo è in semilibertà. Avrebbe voluto partecipare al Giubileo della Misericordia nel 2016, ma non gli concessero il permesso. Quest’anno è riuscito finalmente ad arrivare a Roma. E oggi consegnerà al Papa un’icona della Sacra Famiglia che ha realizzato con le sue mani. “Non ho parole per descrivere la mia gioia - racconta. Non avrei mai immaginato che potesse accadere veramente. Il merito è soprattutto del mio cappellano. Ha creduto in me. Di questo abbiamo bisogno”.
La sua voce è la voce di molti. Di quanti hanno trovato in un sacerdote o in un religioso un’ancora di salvezza nei momenti più bui (che in molti casi sfociano nel suicidio, come dimostrano i casi degli ultimi giorni). E sono riusciti a orientarsi nella nebbia della sofferenza, ritrovando il calore della fede. Ne è testimone fra Paolo Crivelli, cappellano della casa circondariale di Verona. “È una realtà impegnativa con 620 detenuti - racconta -. Chi ha avuto la possibilità di venire a Roma sta vivendo questi giorni molto intensamente. Tutti ci tengono a essere presenti soprattutto nei momenti di preghiera.
È la dimostrazione che l’incontro con Gesù può alleviare la loro sofferenza e aprire nuove prospettive di vita riconciliata con sé stessi e con il resto della società”. Un segno di speranza che fa il paio con la testimonianza di don Paolo Ferrini, cappellano del carcere di Volterra, in Toscana. “Dopo aver scontato trent’anni di carcere, un detenuto ha deciso di iniziare a fare volontariato nella chiesa dove ero parroco - racconta. Ha legato con tutta la comunità. Il Giubileo ci esorta a promuovere la speranza, credendo nella possibilità del recupero della persona”. Una missione, secondo Ferrini, che proprio a Volterra si cerca di perseguire con molta convinzione.
Come dimostra lo storico progetto teatrale della “Compagnia della Fortezza”, curato dal regista Armando Punzo. “È un carcere tra i più virtuosi in Italia, che si distingue nella promozione di attività formative - sottolinea ancora il cappellano -. Anche per questo motivo non si verificano eventi critici da molto tempo. Ci sono tre scuole superiori e c’è anche la possibilità di laurearsi”. Pure nella casa di reclusione di Augusta, in Sicilia, sono diverse le attività che vengono portate avanti. “Semi di speranza giubilare”, spiega don Andrea Zappulla, il cappellano.
Tra questi, il progetto Geppetto, “grazie al quale i detenuti imparano a realizzare oggetti in legno, bomboniere, icone”. E il Progetto Zaccheo, che permette ai detenuti in permesso premio di passare del tempo insieme alla propria famiglia. Dalla Sicilia è arrivato anche don Josef Ellul, cappellano della casa circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto. “La cosa più importante che possiamo fare per molti di loro è esserci”. Gli fa eco don Paolo Zuttion, cappellano della casa circondariale di Gorizia. “Ogni giorno vedo concretamente come la Parola di Dio aiuti le persone a ritrovare la speranza e a vivere i grandi momenti di sofferenza.
Un esempio lampante è Durim Sina (Avvenire ha raccontato la sua storia l’altro ieri, ndr), che venerdì ha ricevuto il battesimo”. Il “segno di una persona che ha ritrovato la fede attraverso la carità”, nelle parole dell’arcivescovo di Gorizia Carlo Roberto Maria Redaelli. Cuore della giornata di ieri, che ha visto la presenza del sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Andrea Ostellari, del capo del Dap Stefano Carmine Di Michele, e di Irma Conti, componente del Collegio del Garante Nazionale dei Detenuti, anche la preghiera per la pace guidata da monsignor Marco Gnavi, parroco di santa Maria in Trastevere.
“Abbiamo passato due giorni all’insegna della fraternità”, sottolinea don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. “In una lettera al Ministro abbiamo chiesto maggiore attenzione e un gesto di clemenza. Un segno di speranza per i detenuti che vivono molte volte momenti di disperazione”.











