di Matteo Favero
huffingtonpost.it, 10 gennaio 2023
Formazione culturale, sostegno psicologico, riduzione delle pene per i reati meno gravi e un principio valido per tutti: chi non è pericoloso venga inserito in un percorso obbligatorio di reinserimento sociale e professionale grazie anche all’istituto della giustizia riparativa.
L’evasione dello scorso dicembre 2022 di sette ragazzi dal carcere minorile “Beccaria” di Milano è l’ultima delle tante vicende che descrivono la triste parabola del sistema carcerario italiano. Un’organizzazione con caratteristiche ottocentesche che ha de facto esaurito la propria funzione sia di espiazione che di recupero del condannato. Affermarlo con forza non significa certo il “liberi tutti” anche per il rispetto che si deve alle vittime del delitto, va però detto che nella la maggior parte delle persone private della libertà oggi non sono pericolose e per esse molto si può fare per rispettare il dettato costituzionale. È questo un impegno che necessita di un cambio culturale e di cui potrebbe giovarsi tutta la società italiana.
La Costituzione della Repubblica italiana stabilisce chiaramente all’articolo 27 che la pena detentiva non possa consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debba tendere alla rieducazione del condannato. Secondo gli ultimi dati elaborati dall’Istat i detenuti maggiorenni incarcerati in Italia, al 31 marzo 2022, sono 54.609, distribuiti in 189 istituti, di cui 2.276 donne (circa il 4%). Del totale dei detenuti maggiorenni, 17.104 sono stranieri, circa il 31%. La capienza regolamentare è attualmente di 50.853 persone. Bastano pochi numeri per comprendere la gravità della questione.
Sin dal lontano gennaio 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò la Repubblica italiana per lo stato delle proprie strutture carcerarie. La Corte di Strasburgo riconobbe che negli istituti di pena italiani esisteva un problema strutturale di sovraffollamento e per questo chiese alle autorità italiane di introdurre entro un anno soluzioni adeguate a invertire la tendenza e garantire che le violazioni non si ripetano. I dati parlano da soli e dimostrano che il nostro Paese è purtroppo ancora del tutto inadempiente. E In alcuni di essi lo sforamento percentuale tocca ancora il +100%. Sebbene in termini relativi sulla popolazione residente l’Italia risulti uno dei Paesi con più basso numero di detenuti, esso è tra i Paesi con più alto tasso di sovraffollamento delle carceri in Europa e quello in cui studiare, lavorare e curarsi è più difficile rispetto alle migliori esperienze di espiazione della pena all’estero. Dall’inizio dell’anno secondo il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia 82 persone si sono tolte la vita all’interno di un istituto di pena italiano. Mai così tante da quando si registra questo dato.
Si può quindi dire che c’è qualcosa di meglio del carcere anche perché come esso è organizzato aumenta in modo esponenziale senza l’aumento della criminalità di ritorno. Formazione culturale, sostegno psicologico, riduzione delle pene per i reati meno gravi e un principio valido per tutti: colui che non è pericoloso non rimanga in un luogo di restrizione ma inserito in un percorso obbligatorio di reinserimento sociale e professionale grazie anche all’istituto della giustizia riparativa.
Per fare questo c’è bisogno di politica, quella alta, e di fondi che purtroppo la prima legge di Bilancio del governo Meloni taglia di netto anche alla Polizia Penitenziaria.
La vicenda del carcere minorile di Milano è uno “scossone” come ha ben detto Don Gino Rigoldi - ex cappellano di quell’istituto di pena - al ministro Nordio ma anche un buon piano di lavoro per il futuro. Così come in Italia il carcere va abolito.










