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di Ilaria Quattrone

fanpage.it, 7 luglio 2022

La morte di due detenuti in carcere a Bergamo, ha fatto riaccendere i riflettori sull’uso e l’abuso di psicofarmaci. Un problema dovuto a diverse carenze: mancanza di personale formato, adeguati spazi di socializzazione e progetti mirati su chi ne fa uso.

La morte dei due detenuti, avvenuta nel carcere di Bergamo tra il 17 e il 25 giugno, ha riacceso i riflettori sull’uso degli psicofarmaci negli istituti penitenziari. In entrambi i casi è stata esclusa la morte per eventi violenti, ma è stata aperta un’indagine per appurare un eventuale abuso di tali medicinali. La gestione di persone con disturbi mentali, con tossicodipendenza o ancora con doppia diagnosi (cioè con problemi psichici e di droga), è il tallone d’Achille di molte strutture carcerarie: la carenza di personale specializzato, il sovraffollamento, l’assenza di spazi e di progetti che possano assistere queste persone ne complicano il controllo.

Sbagliate le diagnosi - In Lombardia, il dottore Roberto Ranieri, responsabile Unità operativa sanità penitenziaria di Regione, ha spiegato a Fanpage.it: “Molti dei detenuti che si trovano in carcere manifestano sintomi che sembrano ricondurre a disturbi psichici, ma che non lo sono”.

Ranieri spiega inoltre che “chi usa farmaci stupefacenti (metanfetamine, shaboo e altre sostanze diverse da cocaina ed eroina) spesso riporta dei disturbi comportamentali che però vengono scambiati con sintomi psichiatrici. Questo fa sì che vi sia un iper uso di farmaci anche quando non c’è una diagnosi psichiatrica”. Attualmente le persone che hanno un disturbo psichiatrico acclamato toccano il 10/15 per cento mentre coloro che soffrono di un disturbo comportamentale - che favorisce di più la detenzione - sono tra il 50 e il 70 per cento: “Questa forbice dimostra che chi fa uso di farmaci psicotropi sono perlopiù persone con disturbi comportamentali che con disturbi psichiatrici”.

Gli psicofarmaci come sedativi - Per quanto non esista ancora un Osservatorio, è certo che però in Lombardia siano “più del 50 per cento i detenuti che sono in trattamento di farmaci psicotropi soprattutto nelle case circondariali. Varia anche a seconda dei periodi”. Infatti “tendenzialmente si usano farmaci soprattutto nelle case circondariali, dove viene recluso chi è in attesa di processo o ha brevi pene da scontare. Mentre negli istituti penitenziari, dove invece sono reclusi i detenuti con condanne più lunghe, l’uso degli psicofarmaci è più oculato”. Questa differenza parrebbe confermare la tendenza a utilizzare gli psicofarmaci per sedare stati di agitazione psicomotoria, probabilmente anche determinati dall’ingresso in carcere.

Servono alternative - Limitare l’uso di psicofarmaci sarebbe possibile magari favorendo dei percorsi alternativi: “Nel carcere di Mantova, per esempio, hanno provato a creare una sezione free dall’uso di psicofarmaci. I centri diurni, a cui si rivolgono i detenuti con problemi psichiatrici, invece adottano strategie educative trasversali”. Proprio su questo tema nei prossimi giorni ci sarà una delibera della Regione (un finanziamento di 1 milione e 600 mila euro) che punterà ad aumentare i centri diurni per incrementarne l’attività, così da allontanare alcuni detenuti dalla dipendenza e dall’uso di farmaci. Tuttavia la riduzione di questa tipologia di medicinali potrebbe non essere facilmente accettata dai detenuti, in quanto queste sostanze diventano a loro volta oggetto di scambio. Per ridurre l’uso di questi farmaci potrebbe essere migliorata la presa in carico del paziente da parte del servizio per le tossicodipendenze: “Questi - spiega ancora il medico - hanno purtroppo il limite di prendere in carico solo i pazienti che abusano di sostanze come l’eroina o la cocaina. Purtroppo non prendono in considerazione coloro che fanno abuso di altre sostanze. Se lo facessero, potrebbero essere una valida alternativa”.

Manca professionalità - La situazione non è molto diversa dal resto d’Italia. Lo psicologo Vito Michele Cornacchia, che lavora dal 1996 nel carcere di Lucca e che ha lavorato per diversi istituti penitenziari, sostiene che il problema centrale sia la diseguaglianza: “Da un carcere all’altro, ci sono differenze notevoli. Ci sono carceri in cui l’agente penitenziario accompagna l’infermiere per avere un maggiore controllo. Ci sono delle carceri in cui c’è un’importante carenza di personale”.

A questo si aggiunge il problema relativo alla professionalità degli operatori: “Quando entra in carcere una nuova persona, che viene inquadrata anche da un punto di vista medico, non è detto che abbia realmente bisogno di psicofarmaci. Potrebbe avere necessità solo di colloqui con educatori e psicologi. Molte volte si offre la soluzione dei psicofarmaci per una difficoltà dell’operatore di entrare in relazione con un nuovo paziente. Si attua quindi una specie di medicina difensiva: si offrono goccine per far dormire, ansiolitici e così via. Farmaci che hanno poco a che fare con i veri bisogni di una persona”.

Un altro grosso errore, in alcune circostanze, è il mancato controllo da parte degli operatori. A seconda della prescrizione, i farmaci vengono assunti mattina, pomeriggio e sera: “Ci dovrebbe essere un agente di polizia penitenziaria che controlli che questa persona ingerisca il farmaco. A volte succede che il detenuto finga di ingerirlo così da poterlo accumulare e sballarsi. Un uso massivo potrebbe portare a danni notevoli come la morte”.

Il carcere come parcheggio - “La verità - aggiunge Cornacchia - è che non c’è una reale presa in carico del detenuto, ma il carcere è solamente un parcheggio”. In alcune carceri, si arriva al 70-80 per cento di persone che assumono psicofarmaci: “Il vero problema è la mancanza di spazi di lavoro e di opportunità e quindi la necessità di sballarsi per trovare un momento di festa all’interno di un ambiente dove si trova sofferenza”. “L’errore più grave nella cura del tossicodipendente è quella di togliere il metadone e passare poi agli psicofarmaci. Anche questa è una gravissima condizione che dimostra mancanza di professionalità da parte degli operatori. In questo modo si aggrava la dipendenza”.

Per Cornacchia il problema relativo all’abuso degli psicofarmaci è da rimandare a diverse carenze: assenza di spazi di socializzazione, di aree lavoro, di personale formato, controlli e infine l’assenza anche di spazi dedicati a pazienti psichiatrici: “Sa che significa per una persona con problemi psichiatrici stare in una cella con altre persone?”. Forse nessuno lo sa, tranne chi lo ha provato sulla propria pelle.