di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 6 marzo 2022
Il volume scritto dagli avvocati e docenti di procedura penale Ennio Amodio ed Elena Maria Catalano. Poco più che ventenne, Leonardo Sciascia assistette, in quanto impiegato in un ufficio pubblico, a due processi penali per violazioni delle leggi annonarie che imponevano ai produttori di conferire il grano per la distribuzione razionata alle famiglie.
Un contadino, arrestato per aver conservato a casa un paio di quintali di troppo, fu condannato a due anni di reclusione dallo stesso tribunale che aveva assolto un arciprete accusato di aver sottratto all’ammasso 15 quintali. Non aveva tenuto il grano per sé, ma per una successiva distribuzione ai poveri, era stata la tesi difensiva accolta dal tribunale benché non suffragata da alcun elemento oggettivo. Molti anni dopo, ne La Sicilia come metafora (Mondadori), Sciascia commenterà: “Due sentenze così discordanti sullo stesso reato, date nello stesso giorno e dagli stessi giudici, mi convinsero che i fori privilegiati non erano ancora finiti, nonostante la proclamata uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge”.
Imperscrutabile come il suo viso avvolto nel fumo delle sigarette appena acquistate nella tabaccheria Fantauzzo di Racalmuto, il rapporto di Sciascia con la giustizia (e con il processo, con il diritto, con la mistica della toga, del codice, della forza legale) appassiona chi si ingaggia con i suoi libri. Incasellabili secondo i canoni del purismo letterario, ma sempre percorsi dalla giustizia come logos e pathos e dalla “sconfitta della ragione” come esito inesorabile per i protagonisti della sua narrativa. “Gialli a fondo perduto”, li definiscono Ennio Amodio ed Elena Maria Catalano, avvocati e docenti di procedura penale, nel libro La sconfitta della ragione. Leonardo Sciascia e la giustizia penale (Sellerio).
Sciascia non è Camilleri, l’ispettore Rogas de Il Contesto non è il commissario Montalbano: l’accumulazione indiziaria e lo straniamento cognitivo attorno a un delitto non si sciolgono nel “lieto fine” del colpevole portato via in ceppi grazie all’intuizione risolutiva dell’investigatore. La logica non rimette a posto il puzzle. La giustizia non trionfa. La ragione soccombe all’arbitrio e “i protagonisti delle investigazioni sono tutti degli sconfitti, che talvolta pagano personalmente per aver condotto il loro lavoro con uno zelo inviso al potere”.
Forse è dunque questa - potere, e non giustizia - la parola chiave, il filo ermeneutico delle pagine di Sciascia. La giustizia come istituzione, come amministrazione persino burocratica è criticata ma non denigrata - quanta siderale distanza da certe scomposte e callide invettive contemporanee. Quel che più conta, viene filtrata e umanizzata attraverso la letteratura. “Sciascia non è l’algido osservatore del lavoro di poliziotti e giudici che si impegnano a decifrare gli indizi necessari a individuare il colpevole”, scrivono gli autori, dipingendolo piuttosto come un “cultore del vero giudiziario” che contamina il mondo iniziatico delle pandette con la “scienza del cuore umano”.
“Tutto è legato al problema della giustizia - spiegò Sciascia a Claude Ambroise - in cui s’involve quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo”.
Diversi esegeti (Cavallaro, Collura, Mittone, Onofri) hanno letto il rapporto tra Sciascia e la giustizia in termini di ossessione. Vulgata “frettolosa che lascia perplessi”, protestano gli odierni autori, perché fondata su acrobazie antropologiche (se non psicanalitiche) anziché su solide basi culturali. Piuttosto, di Sciascia si potrebbe dire quello che egli scrive a proposito di un suo personaggio ne “Una storia semplice” (Adelphi): “La laurea in legge era la suprema ambizione della sua vita, il suo sogno”. Che fosse un suo cruccio, lo confessò anche in un’intervista.
“Il confine tra letteratura e diritto è meno definito di quanto si creda”, scrive Pietro Curzio, primo presidente della Corte di Cassazione, nell’introduzione a Diritto verità giustizia. Omaggio a Sciascia (Cacucci), in cui un gruppo di giuristi di estrazione accademica, forense e giudiziaria (da Irti a Lipari, da Lupo a Serio) si cimenta con i suoi capolavori. A fatica, gli illustri contributori si arrovellano barcollando su quella linea d’ombra.
Ecco che cos’è la giustizia, in fondo: rovello laico, non ossessione. Ostinato rifiuto dell’inevitabile. Tutto il contrario di quanto, come in un esorcismo, Sciascia fa dire al presidente della Corte suprema Riches nel monologo formidabile e tragico de Il contesto: “La giustizia non può non disvelarsi, non transustanzializzarsi, non compiersi. Prima il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a sé stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto a ogni debolezza e a ogni errore; ma nel momento in cui celebra, non più. E tanto meno dopo. Lo vede lei un prete che dopo aver celebrato messa si dica: chissà se anche questa volta la transustanziazione si è compiuta? Nessun dubbio: si è compiuta. Sicuramente. E direi anche: inevitabilmente”.











