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di Lorenzo Giarelli


Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2019

 

Per il senatore del Pd "l'etichetta" favorirebbe l'accusa. Da Mani pulite a Mafia capitale. "Vetro nero", "Onda blu", "Ombre". A scorrerne i nomi, per restare alle meno celebri, si potrebbe pensare ai finalisti dello Strega o alle uscite natalizie in sala.

E invece, per la fortuna di chi fa i titoli sui giornali, ormai da anni gli organi di polizia giudiziaria e le Procure consegnano alla stampa inchieste con nomi degni delle agenzie pubblicitarie. Evocativi, ma non troppo. Spesso inglesi. Mai troppo lunghi e quasi sempre d'effetto, come a rimanere impressi a lode e gloria di chi quella inchiesta se l'è sudata e ora può finalmente renderla pubblica con un l'abito buono da talk show.

Ciò che però è manna per i media non piace a tutti, tanto che qualche giorno fa il deputato del Pd Stefano Ceccanti ha presentato una interrogazione ai ministri della Giustizia e dell'Interno per chiedere un intervento contro le denominazioni thriller delle inchieste, a suo dire lesive persino di alcuni principi Costituzionali: "Da diversi anni - si legge nel testo depositato alla Camera, a firma anche del 5 Stelle Paolo Lattanzio - è invalsa la prassi da parte di alcuni settori della magistratura inquirente e di alcune autorità di polizia giudiziaria di denominare operazioni e indagini da essere condotte con nomi in codice ad effetto, facendo uso di termini evidentemente scelti con cura al principale scopo di influenzare l'opinione pubblica e suscitare il consenso sociale intorno alle ipotesi accusatorie".

Secondo Ceccanti, dunque, il nome scelto avrebbe un peso sulla percezione dell'inchiesta, naturalmente a sfavore degli accusati: "Ciò sembra dar luogo ad un vero e proprio marketing delle indagini giudiziarie e con l'assecondare forme inopportune di spettacolarizzazione, anche in considerazione dell'evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa e della comunicazione via social, tutto ciò finisce con l'alterare l'equilibrio tra accusa e difesa e con l'attentare ai diritti delle persone coinvolte; il tutto, a giudizio dell'interrogante, in violazione di norme a partire dall'articolo 111 della Costituzione".

Il riferimento è al principio dell'equo processo e ai pari diritti di accusa e difesa, che Ceccanti ritiene in pericolo tanto da chiedere ai ministri "se intendano assumere iniziative, anche di carattere normativo, per disciplinare la materie, anche valutando che siano attribuiti nomi in codice con valenza esclusivamente pratica e interna". Bando quindi a "Mondo di mezzo" e "Mafia Capitale" (due appellativi per una sola inchiesta), agli "Angeli e demoni" di Bibbiano, alla "Mensa dei poveri" in cui è stata di recente coinvolta la forzista Lara Comi. Perfino a "Mani Pulite" (Tangentopoli ha invece il copyright di un cronista di Repubblica, non della Procura), espressione già utilizzata da Sandro Pertini per invocare moralità nelle istituzioni ma resa celebre nel 1992 dall'inchiesta che spazzò via la Prima Repubblica.

Titoli troppo irrispettosi, secondo Cercanti, troppo da salotto televisivo pomeridiano. E chissà come la prenderebbero, le Procure, una simile restrizione, data la raggiunta raffinatezza di certe trovate "di marketing", come direbbe l'interrogante dem. Alcune inchieste sembrano pezzi della cinematografia italiana in bianco e nero.

Tipo "Ossessione", che infatti è un film di Luchino Visconti de11943 ma è anche un'indagine sul narcotraffico calabrese; oppure "Ombre Nere" (sull'estrema destra), "Ampio Spettro" (sui clan pugliesi), tutta roba da Michelangelo Antonioni. Chi ha meno fantasia ricorre invece a schemi consolidati, forse un po' stantii ma comunque efficaci: Last bet, Last travel, Last banner, Last generation, Last minute. Esistono tutte, per non dire dei chissà quanti altri "Last" ancora coperti da segreto in giro per l'Italia.

Meno fastidio dovrebbe forse dare a Ceccanti un altro grande classico delle Procure, ovvero i nomi riferiti alla mitologia o comunque al mondo antico, sobri stratagemmi di riservatezza. Ci sono Perseo, Heracles e Chimera (contro le cosche calabresi), Ippocrate (scandalo sanitario in Sardegna) e Tallone d'Achille (giro di cocaina in Abruzzo), molto più altisonanti di quel filone che, pur raccontando storie drammatiche, restituisce nomi quasi da lido della Versilia: Villa Paradiso, La Fenice, Tramonto.

L'orticaria di Ceccanti, se ne abbiamo intese le parole, si aggrava però quando le Procure cedono al fascino del best-seller, quello con copertina rigida e il nome dell'autore scritto enorme, in giallo, molto più evidente del titolo.

Qualche esempio? Terminator, Criminal Drinks, Black Shadow, Tela di Ragno. Inchieste e processi preziosi per cui i pm spesso meritano gratitudine, ma con nomi in effetti fin troppo spettacolarizzanti. Eventuali sceneggiatori interessati possono prendere nota.