di Mario Di Vito
Il Manifesto, 28 dicembre 2024
La giornalista da 10 giorni a Evin. Teheran sapeva del suo lavoro. Si muove la diplomazia, il governo chiede “discrezione” ai media. Sulle trattative pesa il caso di un ricercatore in prigione in Italia su mandato Usa. Era a Teheran da una settimana Cecilia Sala e lì aveva registrato diverse puntate del suo podcast Stories, prodotto da Chora Media. Poi, il 19 dicembre, un giorno prima del suo rientro in Italia, è stata arrestata dalla polizia iraniana, nonostante fosse provvista di regolare visto giornalistico e avesse preventivamente concordato le sue interviste con le autorità locali. Le accuse, al momento, sono ancora ignote e solo ieri l’ambasciatrice italiana Paola Amadei è riuscita a incontrarla nel famigerato carcere di Evin, dove vengono messi i nemici politici del regime e dove lei si trova in cella d’isolamento. Sala era riuscita ad avvisare i suoi familiari della situazione con una breve telefonata il 20 dicembre, subito dopo è stata attivata l’Unità di crisi della Farnesina.
Al momento i comandamenti che la diplomazia italiana sta seguendo per cercare di riportarla a casa sono due: fare presto e fare con discrezione. Ieri mattina, a Roma, si è tenuto un vertice tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani, quello della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano, che svolge la funzione di autorità delegata per la sicurezza, cioè di direzione politica delle attività di intelligence. Oltre che per fare il punto della situazione a nove giorni dai fatti, l’incontro è servito soprattutto a definire la linea da tenere ora che la notizia dell’arresto di Sala è divenuta di dominio pubblico. “In accordo con i genitori della giornalista - si legge nelle ultime righe di una nota - la Farnesina invita alla massima discrezione la stampa per agevolare una veloce e positiva risoluzione della vicenda”. Prosegue su X il ministro della Difesa Guido Crosetto prosegue: “Le trattative con l’Iran non si risolvono, purtroppo, con il coinvolgimento dell’opinione pubblica occidentale e con la forza dello sdegno popolare ma solo con un’azione politica e diplomatica di alto livello. L’Italia lavora incessantemente per liberarla, seguendo ogni strada”.
Un’ammissione implicita del fatto che le interlocuzioni portate avanti dal 20 dicembre non hanno portato a nulla se non alla concessione di alcune telefonate a casa, alcuni libri e qualche pietanza in più sul carrello del vitto. È plausibile insomma che il governo pensasse di risolvere la faccenda prima dell’inevitabile momento in cui la notizia sarebbe infine trapelata. Che la trattativa diplomatica sia di quelle complicate, per il resto, non è un mistero, anche perché si intreccia con le rimostranze di Teheran per l’arresto del 38enne iraniano Mohammad Abedini, di professione ricercatore all’École polytechnique fédérale di Losanna, avvenuto all’aeroporto di Milano Malpensa nel pomeriggio di lunedì 16 dicembre.
La vicenda nasce da una richiesta delle autorità statunitensi: sull’uomo, infatti, pende un’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla violazione dell’International Emergency Economic Power Act - una legge federale varata ai tempi di Jimmy Carter che in sostanza consente di perseguire anche all’estero chiunque sia considerato una minaccia per la sicurezza, la politica estera e l’economia degli Usa - e di aver fornito componenti per la costruzione di “armi letali” al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. In particolare, secondo l’affidavit dell’Fbi arrivato alla Corte d’Appello di Milano che presto dovrà decidere sull’estradizione di Abedini, si fa riferimento ai droni utilizzati da alcune milizie sciite sostenute dai Pasdaran per attaccare, causando 3 morti e 47 feriti, un avamposto militare statunitense (il “Tower 22”) a Rukban, nel nord-est della Giordania, il 28 gennaio scorso. Questo arresto avvenuto in Italia e quello quasi contestuale del 42enne Mohammad Sadeghi in Massachusetts sono stati definiti “ingiusti e illegali” dal viceministro degli Esteri iraniano Vahid Jalalzadeh. Secondo l’agenzia stampa Tasnim, poi, le autorità iraniane avrebbero anche protestato formalmente attraverso il loro ambasciatore a Roma.
Intanto, per quanto riguarda Cecilia Sala, in Italia si moltiplicano gli appelli in solidarietà e le richieste al governo di risolvere il caso nel minor tempo possibile. Tajani però mette le mani avanti e predica prudenza: “Non sono chiare le imputazioni che vengono attribuite alla ragazza, ora cercheremo di fare quello che abbiamo fatto con Alessia Piperno, l’altra giovane italiana arrestata qualche mese fa che siamo riusciti a portare a casa. Speriamo di poter fare lo stesso con quest’altra nostra connazionale”, ha detto ieri sera i in collegamento con il Tg4. “Temo che si tratti di una trappola a tutti gli effetti perché le autorità di Teheran, che in genere rifiutano i visti ai giornalisti occidentali, sapevano benissimo che lei è una reporter”, è il commento rilasciato all’Ansa da Alessia Piperno, la blogger che nel 2022 è stata reclusa per 45 giorni nello stesso carcere dove si trova adesso Sala.









