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di Francesca Paci

La Stampa, 7 novembre 2022

L’attivista di Resq People: “Prima si salvano le persone poi si bussa all’Ue”. Cecilia Strada segue da Milano la sorte di quel “carico residuale” che secondo il ministro dell’interno Matteo Piantedosi dovrebbe riprendere il largo e secondo lei è la misura del limite. Se il cantiere navale di Napoli dove la sua Resq People è in riparazione darà l’ok, nel giro di qualche settimana sarà di nuovo in mare.

In due giorni siamo tornati indietro al 2019, il braccio di ferro tra il diritto e la politica sulla pelle dei migranti. Cosa succede adesso?

“Stiamo assistendo alla violazione gravissima dei diritti umani dei naufraghi ma anche di quelli dell’equipaggio delle navi, in attesa da giorni di sbarcare un migliaio di persone in un paese di 60 milioni di abitanti. La situazione è chiara, da una parte ci sono l’umanità e il diritto, dall’altra il governo italiano. Una brutta storia cominciata con il vagheggiamento del blocco navale nel nome della sicurezza. Ma qualsiasi popolo dovrebbe essere terrorizzato da un governo che calpesta i diritti dei deboli e le leggi internazionali”.

Se lo aspettava?

“Temevo un clima pessimo dopo una campagna elettorale giocata anche sui presunti blocchi navali, ancorché inapplicabili. Ma che a 72 ore dall’insediamento la priorità del Paese fosse già la guerra a un migliaio di poveracci da selezionare tra fragili e “carico residuale” questo no, non me lo aspettavo, non così presto”.

Sos Humanity ha annunciato il ricorso al Tar contro il provvedimento. Otterrà l’avvallo dei giudici?

“Certamente, come sempre, perché la ragione sta dalla parte del diritto. È un film già visto. Da cinque anni le navi delle ong vengono descritte come navi pirata. È vero invece il contrario: siamo gli unici, insieme ai mercantili, a rispettare il diritto e le convenzioni internazionali che impongono di soccorrere i naufraghi. La guerra contro di noi non nasce in queste ore, in cui assistiamo a violazioni palesi e oscene: da anni si demonizza chi sta in mare a colmare il vuoto dei Paesi europei, che hanno abbandonato il Mediterraneo. La politica dovrebbe agire a monte e non sulla frontiera di un cimitero liquido. Le navi rispettano l’imperativo giuridico di cercare un porto sicuro contattando gli Stati costieri con la zona Sar. La Libia, la cui guardia costiera è stipendiata dall’Europa per riportare i migranti nelle mani dei trafficanti, ha una Sar ma non è un porto sicuro. Malta viola da tempo gli obblighi internazionali e rifiuta di coordinare i soccorsi. Resta l’Italia, che alla fine concede sempre il porto, ma è una sua responsabilità”.

L’Italia, si dice, è la Cenerentola d’Europa. A che livello bisognerebbe intervenire per non ritrovarci sempre allo stesso bieco stallo?

“Le navi fanno la loro parte. La politica no: avrebbe potuto non rifinanziare la missione in Libia o, ancora più a monte, avrebbe potuto porre il problema in sede europea, dove si discutono i meccanismi di accoglienza. Ma urge distinguere il soccorso in mare dalla redistribuzione, che pure apre altre voragini etiche e legislative nel ragionare in termini di rifugiati meritevoli e immeritevoli migranti economici, altrimenti detti “carico residuale”. Il problema è la riforma del Trattato di Dublino che penalizza i Paesi di primo arrivo e che in Europa viene bloccata precisamente dai Paesi alleati del governo Meloni. Lavoriamoci, giusto. Nel frattempo però, non possiaamo lasciare in mare i migranti e le navi, impossibilitate così a salvare altre vite”.

Che mesi ci attendono?

“Retorica e disumanità sulla pelle dei più deboli. Fare politica sui bisogni reali degli italiani è difficile: ragionare di lavoro, casa, assistenza sanitaria. Meglio prendersela con i soliti migranti e con le navi che pure nell’ultimo anno hanno effettuato meno del 15% dei soccorsi in mare, la maggior parte degli sbarchi sono stati infatti autonomi o guidati dalla guardia costiera. Non c’è alcuna invasione in corso e non c’è alcuna emergenza, come prova la sacrosanta e doverosa accoglienza degli ucraini in fuga dalla guerra. Parliamo del nulla per non parlare della vita delle persone, come se il valore della vita fosse stimabile in una graduatoria a punti”.