Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2021
Il ricorso era stato presentato da un eurodeputato rumeno contro il proprio Paese. Il politico sosteneva che l'interdizione a uscire di casa, se non per una serie di motivi limitati, ha violato il suo diritto a non essere privato della libertà, sancito dall'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani. "Le misure di confinamento adottate dalle autorità per lottare contro la pandemia Covid-19 non possono essere equiparate agli arresti domiciliari". Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani (Cedu) nella sentenza sul ricorso presentato da un eurodeputato rumeno, Cristian-Vasile Terhes, del Partito Social Democratico contro il suo Paese.
Il politico sostiene che l'interdizione a uscire di casa, se non per una serie di motivi limitati che dovevano essere provati con un'attestazione, ha violato il suo diritto a non essere privato della libertà, sancito dall'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani. Nel dichiarare il ricorso "inammissibile", la Cedu afferma che le restrizioni non hanno raggiunto un'intensità tale da poter essere equiparate agli arresti domiciliari. I giudici di Strasburgo evidenziano che le restrizioni si applicavano a tutti e che le autorità non avevano adottato alcuna misura individuale contro Terhes. La Cedu osserva che l'uomo era libero di uscire di casa per vari motivi a qualsiasi ora fosse necessario e che non è stato soggetto a sorveglianza da parte delle autorità.
Inoltre, si sottolinea che Terhes non ha detto di essere stato costretto a vivere in uno spazio angusto o di essere stato privato di contatti sociali, e che non ha fornito alcuna informazione che potesse descrivere la sua esperienza personale del lockdown. Nella sentenza infine la Cedu sottolinea che con il suo ricorso Terhes voleva provare che il confinamento equivaleva agli arresti domiciliari piuttosto che costituire una violazione del diritto alla libertà di circolazione.











