di Diego Bianchi
Venerdì di Repubblica, 11 luglio 2025
Non dovrebbe andare così, ma talvolta è la celebrità reclusa (come Alemanno) che fa accendere la luce sul carcere. “Alemanno e Falbo: al G8 di Rebibbia evitato in extremis l’ennesimo suicidio di una persona detenuta. Sarebbe stato il 39esimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno”. L’intestazione della mail, anzi, il titolo della mail già scritta come fosse un articolo di giornale, porta la data del primo luglio. Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma nonché uomo di punta per molto tempo della destra più a destra di questo Paese, scrive dal carcere nel quale è recluso a diverse testate giornalistiche, cercando interlocutori utili per comunicare all’esterno quelle che sono le condizioni della sua reclusione e di quella dei suoi compagni di destino.
Insieme a Fabio Falbo, lo “scrivano del G8”, detenuto che ho avuto modo di conoscere in occasione di alcune visite in quel carcere, Gianni Alemanno, tra gli altri, scrive anche a me. Ripenso a quando qualche mese fa ho avuto l’opportunità di andare a Rebibbia a raccontare la mia esperienza professionale a una classe di detenuti del Reparto G8, nell’ambito di un corso di giornalismo organizzato per loro dall’università di Tor Vergata. Tra loro, seduto in seconda fila, c’era anche Alemanno, che salutai così come salutai gli altri, perché se c’è un posto dove credo che sia bene non fare distinzioni nella forma tra chi è noto e chi non lo è, quello è proprio il carcere.
Se poi si considera che la notorietà di alcuni di coloro che mi sedevano di fronte e stavano per ascoltarmi era quella inevitabilmente negativa, figlia di fatti di cronaca assurti per vari motivi a paradigma nazionale di dibattito mediatico, fare distinzioni sarebbe stato ancora più odioso. Per quel poco che ho frequentato e capito di celle e storie di detenzione, ho rapidamente deciso che farmi condizionare nel sempre delicato approccio alle vite dei detenuti dal pregiudizio verso il reato da questi commesso sarebbe stato certo sbagliato, e avrebbe gravemente nuociuto alla possibilità di capire e far capire quel che di importante e vitale quel posto ha da dirmi.
Tuttavia, se il detenuto “noto” è uno che meglio di chiunque altro conosce il mondo della politica per il semplice fatto di farne ancora parte, quella notorietà può tornare improvvisamente utile al fine di smuovere la coscienza di qualche collega in relazione ai tanti problemi del mondo carcerario. Che poi la parte politica di Alemanno sia per lo più quella di chi prova “intima gioia” nel non lasciar respirare un detenuto o straparla ad ogni occasione di “buttare la chiave” e “marcire in gabbia”, è un contrappasso sul quale, ne sono certo, lo stesso Alemanno starà amaramente ragionando.
Le sue meritevoli e preziose testimonianze sono arrivate anche in Senato, grazie a un senatore del Pd (Fina) che le ha lette in un intervento, a riprova ulteriore che almeno su questi temi non dovrebbe essere l’avversario politico, ma l’uomo e la sua dignità, a destare un minimo di attenzione (a prescindere dalla sua notorietà).











