di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 15 luglio 2021
La gloria calcistica non nasconde la vergogna nazionale documentata dai video dell'aggressione dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere da parte di un reparto di agenti di custodia nell'aprile 2020. Ce lo ricorda la visita che il presidente Draghi, dopo la cerimonia a Palazzo Chigi in onore degli atleti italiani, ha deciso di fare con la ministra Cartabia. Una visita straordinaria e proprio per questo un segnale importante di impegno politico del governo.
La vicenda offende una realtà delle carceri italiane, che vede molti esempi virtuosi di impegno civile del personale, ma finisce per concentrare l'attenzione su un fatto di violenza fisica indiscriminata, non occasionale, organizzata. Non è possibile metterla tra parentesi, rinviare tutto al processo penale in corso e andare avanti come prima. Nell'Europa dei diritti e dei valori dopo questo episodio l'Italia sarà al fondo della graduatoria; non civile e umana, ma selvaggia. Lo Stato, quando detiene persone nelle sue carceri, ne assume la responsabilità e la Costituzione vieta pene che consistano in trattamenti contrari al senso di umanità.
La vicenda, su altro piano, dà sollievo. La pubblicazione da parte del quotidiano Il Domani di quei video -regolare o meno rispetto alle regole del processo- è un nobile esempio di quanto valga la libertà di stampa e come non sia un vuoto slogan quello che ne indica il ruolo di essenziale "cane da guardia della democrazia". È da quella pubblicazione, infatti, che dopo più di un anno dai fatti, a catena con i provvedimenti della magistratura, l'opinione pubblica è venuta a conoscenza di un tanto grave problema e si è posto il problema politico. È stata così richiamata un'attenzione sullo stato delle carceri che non dovrebbe in realtà mai cessare.
Ne ha parlato in una intervista a questo giornale Sebastiano Ardita, che fu a capo della Direzione generale dei detenuti e del trattamento nel Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Se ne è occupata Milena Gabanelli in un suo recente Dataroom su La7, discutendo gli effetti di una gestione delle carceri che ha visto adottata la via delle celle aperte durante il giorno per la generalità dei detenuti (esclusi naturalmente quelli pericolosi, assegnati al regime rigido dell'art. 41bis o a quello della Alta Sicurezza). Ne sarebbe derivato, come causa ad effetto, un aumento degli episodi di violenza contro gli agenti penitenziari e tra detenuti. La correttezza dei dati pubblicati non è in discussione, ma per valutarne il senso e soprattutto le cause occorrerebbe disaggregarli, vedere in quali carceri, in quali reparti, da parte di quali detenuti ecc.
Nello stesso periodo un'altra importante variazione della realtà carceraria si è verificata, con l'enorme aumento dei detenuti stranieri. Con essi l'interlocuzione è difficile per mille ragioni, se non altro a causa della lingua e si innescano spesso conflitti tra loro a base etnica. Ma la questione delle celle aperte durante il giorno, con facoltà dei detenuti di muoversi negli spazi interni al carcere o al reparto, è comunque da valutare e, se necessario, ricalibrare. Su questo, anche su questo, sembra che il Ministero, con il Dipartimento della amministrazione penitenziaria stia per intervenire con una revisione di politica penitenziaria, il cui orientamento riprenderà certo le tante prese di posizione di principio della ministra Cartabia.
Quando, negli anni 2012-13, venne deciso di adottare la via delle celle aperte, il governo si trovava di fronte ad un problema non minore, derivante dalla necessità di rassicurare il Consiglio d'Europa; la sua Corte europea dei diritti umani aveva condannato, come difetto strutturale, il sovraffollamento delle carceri italiane e il troppo limitato spazio fisico di cui i detenuti usufruivano. Si trattava di violazione sia di principi di umanità, sia delle Regole penitenziarie europee. L'apertura delle celle durante il giorno servì ad attenuare il problema in modo significativo, poiché le ristrettezze delle celle finivano col riguardare quasi solo la notte. Ma non si seguì la via della differenziazione, della progressività, della sperimentazione, che all'epoca veniva suggerita dai vertici del Dap.
Non solo per prudenza. Vi era, in quella impostazione, una visione del carcere, della popolazione detenuta, dello stesso ruolo del personale penitenziario, con alla base l'obbligo costituzionale di indirizzare la detenzione alla risocializzazione dei condannati. Nella massa dei detenuti vi sono differenze marcate, che non si devono ignorare con provvedimenti generalizzati, in qualche modo ad occhi chiusi. L'assegnazione dei detenuti a un carcere o a un reparto di celle aperte, piuttosto che ad uno di celle chiuse, deve considerare l'idoneità del detenuto a godere di quella libertà e deve responsabilizzarlo. Da un lato alla maggior libertà devono corrispondere regole da osservare e dall'altro la responsabilizzazione di ciascun detenuto nella esecuzione della pena è elemento necessario della sua risocializzazione.
Essa passa attraverso i momenti dell'ammissione al regime delle celle aperte, ma anche a quello del ritorno a quello della cella chiusa quando il detenuto abbia mostrato di non accettare le essenziali regole di convivenza, scritte nell'individuale "patto di responsabilità" che si ipotizzava di introdurre. Evidentemente ciò implica una presenza del personale penitenziario nei reparti a celle aperte, per il controllo e la raccolta di informazioni sull'andamento di quella speciale comunità. Non invece il ritiro del personale alla guardia dei cancelli.
E le celle aperte di giorno pongono il problema di cosa fanno i detenuti fuori delle celle: l'organizzazione di tempi di lavoro per tutti è essenziale. Si tratta cioè di un tipo di gestione complessa, che richiede la convinta collaborazione del personale (e quindi anche dei sindacati che li rappresentano).
Il sistema premiale (che implica anche la negazione del premio), alla base della riforma penitenziaria del 1975, ha avuto anche un effetto importante nell'assicurare l'ordine interno alle carceri e nel far rientrare le frequenti, gravi rivolte degli anni '70. È ora di riprenderne lo spirito. In vista delle elezioni politiche del 2018, le proposte di riforma che aveva elaborato la Commissione ministeriale presieduta dal professor Giostra vennero amputate, prima da un governo (Gentiloni) timoroso di ricadute elettorali negative e poi dal successivo (Conte), portatore di logiche puramente punitive. Anche quelle proposte meritano nuova attenzione, insieme alle idee di fondo che le motivano.










