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di Elisabetta Soglio

Corriere della Sera, 23 febbraio 2024

La “chiusura delle celle” nelle carceri italiane, avvenuta in obbedienza alle disposizioni del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, “va in direzione contraria a quanto espressamente indicato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”. E riporta la situazione degli istituti di pena del nostro Paese a prima del 2013, quando proprio quella Corte condannò l’Italia per “violazione della Convenzione europea dei diritti umani, ovvero per trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti”: tortura, in una parola. La denuncia non viene da qualche gruppo o movimento estremista ma dai cappellani e dalle religiose delle carceri lombarde, che per esprimerla hanno firmato collettivamente una lettera aperta pubblicata sul sito della Diocesi di Milano.

La lettera inizia con un riassunto dei fatti che, per quanto raccontati qua e là sui media, non hanno finora trovato particolare attenzione da parte della pubblica opinione. E dunque i fatti sono che “nei mesi di ottobre e novembre 2023 - scrivono i cappellani e le religiose delle carceri di Lombardia - è stata data applicazione ad alcune disposizioni contenute nella Circolare 3693/6143 del 18/07/2022, a firma del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria”. Tale circolare prevedeva “per le persone detenute che occupano le sezioni ordinarie del circuito della media sicurezza (ovvero la maggior parte della popolazione detenuta) la possibilità di uscire dalle celle solo per tre ragioni: la fruizione della socialità in appositi locali comuni, la permanenza all’aria aperta e la partecipazione ad attività trattamentali”. E la lettera prosegue come segue. “Considerando che i locali di socialità sono pochi e di ridotta capienza, che le ore destinate alla permanenza all’aria aperta sono contingentate in ragione di turni dovuti al sovraffollamento e soprattutto che le attività trattamentali sono poche rispetto al numero delle persone detenute e in alcuni istituti persino inesistenti, la conseguenza di tale provvedimento nella maggioranza degli istituti lombardi è stata la seguente: la permanenza forzata delle persone detenute all’interno delle celle per venti/ventidue ore al giorno”. Per questo, “in qualità di operatori penitenziari” in forza delle leggi specifiche varate tra il ‘74 e il ‘75, “i cappellani e le religiose attivi negli istituti penitenziari della Lombardia intendono lanciare un grave segnale di allarme nei confronti del provvedimento citato”.

Motivi? Più d’uno. Il primo è che “la circolare, non tanto nelle intenzioni (che prevedono e auspicano una riorganizzazione più efficiente ed efficace del carcere e una maggior attenzione all’individualità del detenuto) ma nell’attuazione (che si è limitata alla chiusura delle celle), va in direzione contraria a quanto espressamente indicato nel 2013 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella cosiddetta “sentenza Torreggiani”, con cui l’Italia è stata condannata per la violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, ovvero per trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti”.

Il sovraffollamento delle carceri italiane era allora, aggiornato al 31 dicembre 2012, di 65.701 detenuti per 47.040 posti disponibili. Ora siamo a 60.166 detenuti per 51.179 posti disponibili (dato del 31 dicembre 2023, fonte il Ministero della Giustizia). Per evitare una colossale multa, nel 2013, l’Amministrazione penitenziaria intervenne nei circuiti della bassa e media sicurezza con l’apertura delle celle in alcune ore diurne e con l’introduzione della cosiddetta “sorveglianza dinamica”. Oggi, di fronte al riprodursi progressivo di analoghe condizioni, si risponde con provvedimenti che anziché rimuovere i fattori di criticità, li aggravano, in aperta contraddizione con quanto indicato dalla Corte Europea ed esponendo nuovamente l’Italia a prevedibili ulteriori sentenze di condanna e a conseguenti obblighi risarcitori”.

Cappellani e religiose riconoscono che la circolare citata prevede(rebbe) la possibilità per le persone detenute di usufruire di un incremento di attività che consentirebbero l’uscita dalla cella”. Solo che poi la lettera prosegue: “Ci si domanda quanto questa indicazione risponda a una concreta progettualità o sia soltanto un auspicio astratto, per controbilanciare in linea di principio il nuovo regime di chiusura. A questa domanda risponde in modo inequivocabile la quantità di fondi destinati alle attività trattamentali. Ci si chiede se questo provvedimento abbia avuto una copertura finanziaria che lo renda praticabile, ovvero se sono aumentati in modo significativo i fondi destinati alle attività. Considerando che tra la pubblicazione della circolare e la sua effettiva applicazione è passato più di un anno, basta osservare la variazione delle attività trattamentali di questi mesi per avere una risposta, che tutti possono constatare negativa”.

La prova? “In questo ultimo anno le direzioni dei singoli istituti si sono trovate costrette a sollecitare le associazioni di volontariato, perché si attivassero nell’organizzazione di nuove attività, per prepararsi alla chiusura delle celle, benché non sia in prima istanza competenza del volontariato l’organizzazione e l’attuazione del piano trattamentale”. E non basta. La lettera stigmatizza il fatto che “il provvedimento” sembra sembra ignorare una delle principali problematiche all’interno delle carceri italiane, ovvero l’altissima presenza di persone con patologie psichiatriche”. Per non parlare dei “suicidi in carcere: 57 nel 2021, 84 nel 2022, 68 nel 2023”.

I firmatari e le firmatarie della lettera concludono: “Alla luce di queste considerazioni, chiediamo alle competenti sedi politico-istituzionali di valutare con urgenza possibili disposizioni volte a modificare la situazione attuale e, in particolare finalizzate a ripristinare l’apertura diurna delle celle nel circuito della media sicurezza e a destinare adeguati fondi per dare attuazione all’auspicato potenziamento delle attività trattamentali. Assicurando che i cappellani e le religiose continueranno a sostenere, come già fanno, ogni progetto in questa direzione. Offriamo queste nostre riflessioni a tutti coloro che operano nel settore penitenziario, perché si possa sempre lavorare insieme nella proposta e nella costruzione di soluzioni migliorative.