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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 30 ottobre 2025

Sovraffollamento e non solo, impennata di ricorsi accolti dai Tribunali di sorveglianza. “Celle da quattro dove viviamo in sette”; “la scuola trasformata in dormitorio”; “finestre senza vetri”; “invasione di ratti in tutti i locali e infestazione di insetti vari”; “vitto insufficiente e scadente”; “mancanza di acqua calda”; “spazio per cucinare vicino alla latrina”; “file mostruose per andare in bagno”; “mancanza di lavoro”; “clima di paura”; “repressione di qualsiasi tentativo di lamentarsi o di denunciare”. E ancora, definitivo: “Non tutti si possono permettere di avere una vita da detenuto. È come essere un senza tetto”.

Tutte diverse eppure tutte simili, le condizioni di vita dei detenuti descritte nei ricorsi che a migliaia ogni anno arrivano a sentenza nei Tribunali di sorveglianza. Più di diecimila nel solo 2024, il 23,4% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi 6 mila sono stati accolti con una condanna dello Stato italiano e permettendo così al detenuto ricorrente di ottenere uno sconto di pena o, nel caso in cui abbia già riacquistato la libertà, un rimborso per le “condizioni inumane e degradanti” nelle quali è stato costretto a vivere. Ricorsi che l’associazione Antigone ha raccolto in un dossier a supporto di una nuova campagna “per una riforma ampia del sistema penitenziario”, lanciata con una petizione rivolta al Parlamento e al governo sottoscrivibile sul loro sito.

Si tratta dell’ormai unica forma risarcitoria, introdotta nel 2014, a disposizione di quanti nelle patrie galere hanno subìto il sovraffollamento e un trattamento in violazione dell’art. 3 della Convenzione europea. Lo stesso tipo di infrazione che nel 2013 è costata all’Italia la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) con la famosa sentenza pilota “Torreggiani”. Al tempo, per evitare di pagare ulteriori somme di “equa soddisfazione” (da 10 mila a oltre 25 mila per ciascun detenuto) lo Stato italiano si vide costretto ad adottare entro un anno misure generali e strutturali per risolvere il sovraffollamento, e a introdurre alcuni rimedi compensatori.

Venne quindi istituito il Garante nazionale dei detenuti, una forma di scarcerazione anticipata speciale (la stessa contenuta nella proposta Giachetti oggi osteggiata dalla maggioranza) e, appunto, la possibilità di proporre ricorso agli Uffici di sorveglianza. Nei casi di accoglimento, il recluso ha diritto ad una riduzione di pena detentiva pari a un giorno per ogni dieci giorni di violazione. Oppure, per pene inferiori a quindici giorni o per chi non è più recluso, i Tribunali civili che gestiscono questo tipo di casi potranno riconoscere al ricorrente un risarcimento di 8 euro per ogni giorno di carcere.

Attualmente, fa il conto Antigone, il tasso di sovraffollamento ha superato il 135%, con oltre 63.000 persone detenute per meno di 47.000 posti realmente disponibili. La popolazione detenuta è cresciuta di 917 unità in sei mesi, di 1.336 in un anno. “Nel 2024 sono arrivate agli Uffici di Sorveglianza italiani 11.440 istanze per la riduzione di pena. Ne sono state decise 10.097 e di queste 5.837, il 57,8%, sono state accolte. Sono il 23,4% in più dell’anno precedente. Gli accoglimenti erano stati infatti 3.115 nel 2018, 4.347 nel 2019, 3.382 nel 2020, 4.212 nel 2021, 4.514 nel 2022 e 4.731 nel 2023, per arrivare appunto a 5.837 del 2024”. Come si vede, “l’Italia viene sistematicamente condannata, sempre di più e dai suoi stessi Tribunali, per violazione dell’art. 3 della Cedu, più che ai tempi della sentenza Torreggiani - si legge nella relazione di Antigone - In quel caso si è parlato in totale di circa 4.000 ricorsi pendenti, con potenziale esito positivo; oggi siamo a quasi 6.000 condanne l’anno”.

EPPURE, come fa notare il dossier, non tutti coloro che hanno subìto trattamenti inumani e degradanti presentano ricorso, anche per via delle “note condizioni di estrema fragilità di molti tra i detenuti, in particolare stranieri”. Ma se le condizioni di reclusione descritte nei ricorsi, da nord a sud del Paese, si assomigliano un po’ tutte, si registra invece una “enorme disomogeneità” nel tasso di accoglimento tra i diversi uffici: “Se la media nazionale dal 2022 è superiore al 57%, guardando al dato per ufficio si va da situazioni come Salerno (86,7%), Trento (83,4%) o Brescia (75,3%) in cui l’accoglimento appare un esito abbastanza probabile, a situazioni come Cagliari (29,2%), Bologna (28,4%) o Catanzaro (27,8%), in cui lo è decisamente meno. Ovviamente questo non significa che a Salerno, Brescia o Trento le condizioni di detenzione siano peggiori che a Cagliari, Bologna o Catanzaro”.

E allora perché accade? Le tradizionali chiavi di lettura non forniscono risposte: sostanzialmente ogni Tribunale decide a modo suo. Ma, e questo è il punto, nella completa indifferenza di tutti: governo, parlamento, opinione pubblica. Per dirla con Antigone: “Guai se l’Europa definisce le condizioni di detenzione in Italia indegne di un paese civile. Poco male se a farlo sono i nostri giudici”.