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di Ugo Magri

La Stampa, 1 febbraio 2024

La denuncia del capo del Dap durante l’incontro con il presidente della Repubblica: già 13 morti suicidi dall’inizio dell’anno. Le carceri ungheresi, certo, ma anche quelle italiane. Sergio Mattarella è molto preoccupato per quanto sta accadendo nei nostri istituti di pena e per comprendere meglio, o forse anche per mandare un segnale a chi dovrebbe darsi una mossa, ha ricevuto sul Colle il capo del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria), Giovanni Russo. Il comunicato stampa diffuso in serata dal Quirinale è piuttosto parco di informazioni sui contenuti del colloquio. Di certo non si è parlato del caso Ilaria Salis, anche perché Russo non sarebbe l’interlocutore giusto; tuttavia si può dare per assodato che il presidente della Repubblica abbia chiesto notizie circostanziate e di prima mano sull’ondata di suicidi tra i detenuti che, secondo alcuni calcoli degli addetti ai lavori, sono stati ben quattordici dall’inizio di quest’anno, al ritmo spaventoso di uno ogni due giorni. In carcere si muore troppo, nell’indifferenza generale.

Il parlamentare di Italia Viva Roberto Giachetti - che insieme con Rita Bernardini è arrivato al decimo giorno di sciopero della fame proprio per denunciare l’inferno carcerario - ha fatto un conto drammatico: di questo passo, proiettando sull’arco dei dodici mesi il numero di detenuti che si sono già tolti la vita, verrà di gran lunga battuto il record del 2022, quando i suicidi furono 85 (80 uomini e 5 donne). In certi penitenziari la situazione è particolarmente grave.

A Poggioreale, per esempio, i morti sono stati quattro, comprendendo un ragazzo del quale non sono chiare le cause di morte. All’origine c’è, con tutta evidenza, il sovraffollamento: anche di questo si è parlato nella visita al Quirinale del capo del Dap. Dati inconfutabili segnalano che le celle stanno letteralmente esplodendo. I detenuti sono oltre 63mila, numero non troppo lontano dai 66mila carcerati che provocarono in passato la dura condanna della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo). È questione, secondo i Radicali, di poche settimane, poi gli istituti di pena saranno letteralmente al collasso.

Come porvi rimedio? La strada maestra consisterebbe nella depenalizzazione di certi reati minori; ma la maggioranza di governo, sulla linea securitaria che almeno in parte la contraddistingue, non sembra orientata a procedere in questa direzione. Anzi. Basti dire che il recente ddl sicurezza ha aggiunto al codice penale 15 reati nuovi di zecca, arrivando a comprendervi le manifestazioni di protesta nonviolenta in carcere, tipo il rifiuto del cibo.

L’orientamento governativo, cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha fatto cenno di recente, consisterebbe piuttosto nel rilancio dell’edilizia penitenziaria, tamponando l’emergenza attraverso il recupero di vecchie caserme in dismissione da trasformare in colonie penali. Alcuni esperti del ministero di via Arenula sono piuttosto scettici al riguardo e suggeriscono semmai di imboccare la proposta formulata dal segretario di +Europa, Riccardo Magi: istituire cioè delle apposite Case di reinserimento sociale dove, d’intesa con i Comuni, potrebbero essere destinati quei detenuti che hanno meno di un anno da scontare. In questa condizione se ne contano almeno 7mila che alleggerirebbero la condizione degli altri detenuti. Ai quali, nei giorni scorsi, la Corte costituzionale ha riconosciuto con una storica sentenza il diritto all’affettività, chiedendo al Parlamento di provvedere sul piano normativo e al Dap di dare risposte concrete: una questione di civiltà.