libertasicilia.it, 29 dicembre 2025
Il ritrovamento di un telefono in cella non basta, da solo, a far scattare una condanna. È questo il principio ribadito in una recente vicenda giudiziaria che si è conclusa con l’assoluzione di un detenuto accusato di detenzione illegale di un apparecchio telefonico all’interno di un istituto penitenziario. L’uomo, identificato con le iniziali W.I., era finito a processo dopo che, durante una perquisizione nella sua cella, gli agenti della polizia penitenziaria avevano rinvenuto un piccolo telefono cellulare. Un ritrovamento che, però, non ha retto alla prova del giudizio. Dagli accertamenti è infatti emerso che il dispositivo era privo di scheda Sim e di caricabatterie. Sebbene fosse dotato di batteria, non risultava in alcun modo idoneo a consentire comunicazioni con l’esterno. Un dettaglio tutt’altro che marginale, rivelatosi determinante ai fini dell’assoluzione.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Nancy Grimaldi, ha richiamato un consolidato orientamento della Corte di Cassazione, secondo cui il reato non sussiste quando l’apparecchio non è concretamente utilizzabile per trasmettere o ricevere comunicazioni. In questi casi, il semplice possesso non integra la fattispecie penale contestata. Su questa linea si è espresso anche il giudice monocratico Franco Scollo, che ha pronunciato la formula piena di assoluzione ‘perché il fatto non sussiste’. Una conclusione condivisa dallo stesso pubblico ministero, che al termine della requisitoria aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato.
I fatti risalgono al 2024 e si sono verificati all’interno della Casa di reclusione di Augusta. Dopo il sequestro del telefonino, il detenuto era stato denunciato e deferito alla Procura della Repubblica di Siracusa, affrontando il processo con rito abbreviato. Diversa la scelta di un altro detenuto coinvolto nella vicenda, la cui posizione è stata stralciata e che sarà giudicato con rito ordinario.










