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di Concetto Vecchio

La Repubblica, 6 novembre 2022

L’assenza del centrodestra. Il feeling dei manifestanti col capo del M5S Conte. Alcuni contestano il leader dem Letta: “Guerrafondaio, basta armi”. Ci sono tante sinistre in questo corteo che reclama la pace, ma sono molto diverse e infatti marciano da separate in casa. Centomila persone. Corteo imponente. Il primo nazionale dall’inizio della guerra in Ucraina a febbraio è lo specchio di quel oggi è il centrosinistra. Niente bandiere di partito. Niente discorsi dei leader. La destra grande assente. “Crosetto non si azzardi a decidere un nuovo invio di armi senza un confronto in Parlamento”, avvisa Giuseppe Conte. “Stia sereno”, replica il ministro della Difesa. “Il ministero seguirà le leggi come ha sempre fatto dalla istituzione in età repubblicana”. Enrico Letta precisa la linea: “Vaglieremo la proposta del governo quando arriverà il decreto sull’invio di armi. Lavoreremo in continuità con quello che si è fatto e in linea con le alleanze europee e internazionali di cui facciamo parte”.

“Dov’è Conte?” chiede un signore. “Laggiù, sotto la bandiera di Berlinguer, attorniato dalle telecamere”. Alle 12,30 il leader M5S è in piazza Esedra, piazzato dietro lo striscione “Dalla parte della pace”, compiaciuto di attirare su di sé l’attenzione. Con lui grillini vecchi e nuovi, Taverna, Bonafede, Sarti, Castellone, Floridia, Silvestri, Patuanelli. “Conte!” “Conte!”, gridano i militanti giunti con gli autobus dal Sud. Anche il signore si fa largo nella ressa, vuole un selfie. “Presidente, sia intransigente!”, lo precede una ragazza. L’elegantissimo Giuseppe Conte - giacca e lupetto - le dà un buffetto sulla guancia. “Non vi deluderò”, risponde con aria da attore. “I giovani sono con voi”, gli assicura la donna.

E Letta, dov’è? “Non c’è ancora”, dicono un po’ imbarazzati quelli del Pd. La nutritissima pattuglia parlamentare ha trovato posto più avanti, in via delle Terme di Diocleziano, tra le Acli e Sant’Egidio, due associazioni cattoliche amiche. Gianni Cuperlo dice che lui è arrivato alle undici. “Sono un vecchio militante, e la piazza la capisci all’inizio. L’ho girata tutta e non ho trovato ostilità. Certo, le differenze ci sono, ma è un movimento vero. Trovo fuoriluogo che Calenda che l’abbia definita “della resa”. Una signora molisana avvicina Cuperlo. Lo chiama “presidente!” - l’Italia è il Paese dei presidenti - e gli chiede una foto ricordo. Graziano Delrio racconta che quelli di Articolo Uno gli hanno chiesto di marciare con loro, “aspettate un mesetto e vengo con voi”, gli ha risposto per scherzo. Piero Fassino fa notare a Cuperlo che davanti a loro sventola la bandiera anarchica, i ragazzi di sant’Egidio gridano “pace subito!”, da Bologna si è presentato il governatore Stefano Bonaccini: “Sarà compito del nuovo segretario provare a fare dialogare le varie opposizioni che sono qui, altrimenti la destra governerà per i prossimi vent’anni”.

È tutta una contraddizione, in effetti. Pierluigi Bersani sta facendo delle foto ricordo con alcuni militanti proprio mentre alle sue spalle i Carc espongono lo striscione con la scritta “Cacciare la Nato dal governo del Paese”. Spuntano gli ex girotondini Pancho Pardi e Paolo Flores d’Arcais. Pardi sventola una bandiera ucraina, “l’ha cucita mia moglie”, e nel silenzio generale comincia a urlare nel megafono: “Putin go homeeeee!”.

Poi il corteo si muove con molta lentezza. Fa freddo. Roma autunnale. Età media piuttosto alta. Bandiere arcobaleno. Cosa chiedono? Lo stop alle armi e che l’Italia, l’Unione Europea e gli stati membri, le Nazioni Unite “si assumano le responsabilità di un negoziato”. Un signore urla a un altro: “Me so fatto ventotto mesi de carcere per essermi rifiutato di fare il militare, tu non mi dici che io qua non ci posso stare”. Si canta “Bella ciao” e “El pueblo unido, jamás será vencido”. Tra lo spezzone del Pd e quello del M5S c’è di mezzo un oceano arcobaleno: l’Arci, il Banco del mutuo soccorso, le commoventi donne iraniane che gridano “Donna, vita, libertà!”, Emergency, il tavolo cremonese per la pace, la sinistra anticapitalista (“No Putin, no war no Nato”), la Cgil, l’Udu, Greenpeace, l’Anpi, da Cagliari a Udine. Bisogna camminare parecchio. Le due principali forze si tengono a distanza anche qui, ed ecco spiegato il dramma italiano. Con l’Anpi cammina anche Sergio Cusani, ci sono Michele Santoro, don Ciotti, Roberto Giachetti a nome del Terzo Polo. Le donne ucraine della parrocchia Santa Sofia urlano “Russi fascisti”; un tizio inalbera uno striscione in cui invece dà dei fascisti a chi invia le armi. La torcida meridionale del M5S ogni tanto intona “Conte!”, “Conte!”. Conte enormemente compiaciuto fa di sì con la testa.

E Letta? Entra nel corteo alle 15,15, all’inizio di via Merulana. Scambia qualche parola con il leader della Cgil Landini. Solo due signori rompono il clima di civile convivenza. “Guerrafondaio!” “Servo degli americani”, gli dicono. Una signora prova a calmarli: “State ad esagerà, s’è pure dimesso!”. Il corteo imbocca via Cavour, poi via Merulana piena di foglie secche, gira in via Manzoni, e a quel punto i primi raggiungono piazza San Giovanni, troppo piccola per contenerli tutti: per la questura erano 40mila. “Una manifestazione così fa sempre bene alla democrazia”, commenta Fassino. “C’era tanta gente nostra”, assicura Francesco Boccia. Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, uno delle anime della marcia, è raggiante. “Hai visto? Fantastico!”, dice a Piefrancesco Majorino del Pd milanese. “Questa è un’Italia che non ha rappresentanza, né rappresentazione, e invece oggi se l’è data”, spiega il giornalista.

Affiorano le prime ombre della sera. Landini dal palco dice che “ora è il tempo della politica”, per don Ciotti occorre diffidare dei neutrali, “questa è la maggioranza silenziosa”, assicura Conte. Lui e Landini si stringono la mano. La piazza canta Bella ciao. “Con Letta vi siete incontrati?”, chiediamo a Conte, alle prese con gli ultimi selfie. “No”, dice con esibita fierezza.