di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 13 ottobre 2024
L’annuncio del numero uno del Viminale: “Apriranno la prossima settimana”. Budget di 653 milioni ma molti costi sarebbero stati evitati se i migranti fossero stati accolti in Italia. I lavori nella struttura per la gestione dei migranti di Gjader prevista dal protocollo siglato tra Roma e Tirana sono ancora in corso. Uno dei centri, nel porto di Shengjin sulla costa adriatica dell’Albania, è pronto da più di un mese ma l’altro, a circa 24 chilometri a est, vicino all’ex aeroporto militare di Gjader, è ancora lontano dall’essere terminato. Una sede sarà dedicata al riconoscimento dei migranti, l’altra alla loro permanenza. L’accordo prevede la destinazione nelle strutture albanesi solo dei migranti soccorsi in acque internazionali da navi italiane, escluse le donne, i bambini e le categorie vulnerabili. Il numero di migranti presenti contemporaneamente in territorio albanese non potrà essere superiore a tremila. L’ambasciatore Bucci ha spiegato che il primo ritardo è dovuto al terreno friabile del campo di Gjader, che necessitava di un intervento di consolidamento. Inoltre, l’ondata di caldo di luglio ha costretto le autorità a imporre una pausa nelle ore più calde della giornata. Le prove di un’intensa attività di costruzione erano evidenti all’esterno delle strutture, con due escavatori e un’alta gru in azione per spostare enormi tubi e preparare l’installazione di una recinzione perimetrale intorno al sito di circa 20 ettari. Gli edifici in container che forniranno alloggi ai residenti del campo sono già stati installati, ma all’ingresso principale sono ancora presenti pile di pannelli e telai per costruire altre unità abitative. Il capo del vicino villaggio di Gjader e i residenti locali hanno dichiarato che i lavori al centro sono tutt’altro che conclusi.
Il momento dell’apertura dei centri per i migranti in Albania sembra finalmente arrivato. Il via arriverà questa settimana, secondo quanto dichiarato oggi dal ministro degli interni Matteo Piantedosi: “Contiamo di partire già dalla prossima settimana, poi speriamo di no: perché significherebbe non aver bisogno di portare lì delle persone. Tutto dipende da ciò che accade nel Mediterraneo e dalle attività dei trafficanti” ha detto il numero uno del Viminale nel corso della Festa Foglio a Firenze.
“Noi siamo pronti dalla prossima settimana - conferma Piantedosi - non ci sarà nessuna cerimonia di apertura, ci andrò se necessario per ricognizione. Né ci sarà alcun taglio di filo spinato: i centri che stiamo realizzando in Albania sono analoghi a quelli realizzati sul territorio nazionale, sono di contenimento leggero, non sono Cpr. Se il sistema manifesterà tempi rapidi, per sapere se le persone sono ammissibili di protezione internazionale o meno, e quindi da espellere e da riportare indietro, ci sarà sicuramente un fattore di deterrenza” conclude il ministro.
In effetti i dubbi sull’efficacia di “esternalizzare” un centro per trattenere i migranti non si sono dissolti in questi mesi. Le strutture - nate in seguito a un protocollo tra Giorgia Meloni e il capo del governo di Tirana Edi Rama - sono due: un centro di prima accoglienza a Shengjin e uno di trattenimento ed espulsione a Gjader. La previsione era di aprirle a maggio ma il termine è via via slittato fino a oggi. Hanno una capienza complessiva di 3.000 persone e il governo pensa di far transitare dall’Albania fino a 36.000 migranti l’anno. I cancelli si apriranno per richiedenti asilo soccorsi da navi militari italiane e provenienti da Paesi considerati “sicuri” (la lista del Viminale ne elenca 22); saranno escluse alcune categorie tra cui minori e donne.
Le perplessità maggiori si addensano sui costi dell’operazione. I conti presentati dal governo indicano una spesa nell’arco di 5 anni di 653 milioni ma la gestione in sè per sè delle due strutture si aggira attorno ai 30 milioni. A cosa serve il resto del budget? La relazione tecnica specifica che 252 milioni serviranno a pagare le indennità di trasferta al personale italiano che lavorerà nelle due basi; altri 95 per il noleggio delle navi destinate a fare le spola tra Italia e Albania e ancora 94 per servizi di vigilanza esterna. Tutti costi che non sarebbero esistiti nel caso in cui i migranti fossero stati fatti sbarcare in Italia.
Quale dunque il vantaggio di investire tutti questi soldi? Come le parole di Piantedosi hanno sottolineato anche oggi si punta a scoraggiare gli arrivi in Italia; specialmente se - come promesso - le procedure di esame delle domande di asilo non supereranno le quattro settimane, al termine delle quali il migrante verrà rimandato nel Paese di origine. Il modello proposto da Giorgia Meloni ha inoltre incassato l’apprezzamento di altri governi, tra cui quello del premier laburista inglese Keir Starmer.
Ma - come ha fatto notare ad esempio Matteo Villa, dell’Ispi, esperto di politiche migratorie, non è mai successo che l’iter per l’esame delle domande sia stato completato entro le quattro settimane. Risultato: i richiedenti asilo, non potendo essere lasciati liberi in Albania, rischiano di dover essere riportati in Italia, vanificando in questo modo lo sforzo compiuto (“Ogni migrante costerà il quadruplo” scrive Villa su Twitter).
In più c’è anche un nodo giuridico irrisolto che potrebbe compromettere il buon esito del protocollo: l’elenco dei Paesi “sicuri” a cui rimandare i migranti potrebbe restringersi di molto. La Corte europea di giustizia poche settimane fa ha decretato che per rispondere a questo requisito un Paese deve garantire i diritti di ogni categoria di persone, senza eccezioni. Una condizione non soddisfatta da molti dei territori che l’Italia considera “sicuri”.











