di Alessia Candito
La Repubblica, 3 agosto 2026
La Gran Bretagna per prima ha tentato di esternalizzare in Africa le strutture. La Danimarca ci prova in Kosovo. Finora non ha funzionato. Non ce n’è uno che abbia funzionato. Ogni progetto di creazione di hub in Paesi terzi è finora miseramente naufragato, con a strascico gran spreco di denaro pubblico. Ma dopo la crisi di Ceuta, c’è chi in Europa si mostra più che disponibile alla mossa del governo Meloni, che lavora un’accelerazione sui return hub lontani dalle frontiere dell’Unione, incluso in Paesi che la stessa Ue identifica come “non sicuri”. Un’iniziativa non nuova, ma già in passato bocciata da Corti nazionali e internazionali perché in contrasto con i diritti fondamentali.
Il tentativo britannico in Ruanda - A provarci per prima è stata la Gran Bretagna di Boris Johnson, che ha ipotizzato di trasferire in Ruanda chiunque fosse entrato illegalmente in Gran Bretagna. Il progetto è stato bocciato dalla Corte suprema e cancellato all’arrivo dell’ex premier laburista Keir Starmer a Downing Street. Ma in due anni è costato 290 milioni di sterline, versate a Kigali per strutture e allestimenti e solo una sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le richieste di “saldo” del Ruanda, ha salvato Londra da un ulteriore esborso di 100 milioni.
L’outsourcing danese in Kosovo - Anche la Danimarca ci ha provato, ma cambiando target. Trincerandosi dietro il sovraffollamento nelle carceri, ha ipotizzato di “affittare” l’istituto di pena di Gjilan in Kosovo per trasferirvi 300 detenuti non danesi, tutti da rimpatriare a fine pena. Per le organizzazioni per i diritti umani e agenzie Onu, una violazione palese dei principi di non discriminazione e uguaglianza di fronte alla legge, e un rischio per i detenuti, che perderebbero di fatto le tutele comunitarie perché il Kosovo non risponde alla giurisdizione Cedu. E non sarebbe certo a buon mercato: l’accordo, che Pristina ha approvato solo nel 2024, prevede il pagamento di 200 milioni di euro l’anno, più la ristrutturazione dell’istituto. Solo nelle scorse settimane è stato liberato per dare inizio ai lavori, ma i primi trasferimenti non sono in agenda prima dell’aprile 2027.
I tentativi italiani in Albania - Anche l’Italia già nel 2002 aveva provato a seguire la strada dell’outsourcing. L’ipotesi prevedeva il trasferimento a Peqin, in Albania, dei detenuti albanesi in Italia. Un progetto costato 7 milioni di euro e subito naufragato: lo spostamento è possibile solo con il consenso del diretto interessato e nessuno ha accettato. Poco più di vent’anni dopo, con l’Albania di Edi Rama, il governo Meloni ha sottoscritto il protocollo che ha dato vita alla formula ibrida di Shengjin e Gjadër: centri delocalizzati in territorio albanese, ma soggetti a giurisdizione italiana. Un fallimento annunciato: già prima dell’inaugurazione, i magistrati avevano infatti chiarito l’illegittimità delle procedure accelerate di frontiera, che prevedono il rimpatrio di default di chi provenga da un Paese ritenuto sicuro, ribadendo la necessità di valutare caso per caso.
Un costoso fallimento - Risultato: tre tentativi di trasferimento da ottobre 2024 a gennaio 2025, 73 persone intercettate in mare e rimaste per alcuni giorni prigioniere in un centro in cui il governo progettava di rinchiuderne tremila al mese, tutti riportati in Italia per ordine dei giudici. Pur di far funzionare i centri, il governo - che per mesi ha attaccato frontalmente la magistratura - ha tentato anche di rimodellare anche norme e procedure. Ma né il nuovo decreto che ha identificato i cosiddetti “Paesi sicuri”, né lo spostamento della competenza sui trattenimenti alla Corte d’appello hanno cambiato la situazione. Un’ostinazione che solo nel 2024, hanno calcolato Action Aid e ateneo di Bari, è costata almeno 114mila euro al giorno. Non meno fallimentare si è rivelata la fase 2, quando in Albania sono stati trasferiti alcuni dei trattenuti nei cpr della penisola. Da maggio 2025 a metà luglio 2026 sono state trasferite 685 persone, di cui meno del 15% è stata rimpatriata. Costo approssimato per difetto: 500mila euro cadauno, se è vero che per il solo 2025 - ha confermato il ministro Piantedosi - la gestione di Gjadër è costata 50 milioni e i rimpatri sono stati 101. Nel frattempo, sono stati registrati almeno 95 tentativi di suicidio e atti di autolesionismo.
Parola ai giudici - Action Aid ci ha provato a fare i conti in tasca al governo. Sono saltati fuori esborsi anomali, sprechi e irregolarità su cui adesso toccherà pronunciarsi alla Corte dei Conti, interessata con un esposto, e forse anche l’Anac, cui sono state segnalate alcune possibili irregolarità nell’appalto di gestione. La Corte di giustizia europea (Cgue) dovrà invece presto stabilire la compatibilità delle strutture di trattenimento e delle norme sui Paesi terzi sicuri con il diritto europeo. Si capirà a settembre, quando - salvo udienze straordinarie - dovrebbe arrivare la decisione.
Sbarco in Libia? - Nel frattempo, Italia e Ue lavorano anche sull’altra sponda del Mediterraneo. Nonostante nessun Paese ne riconosca il governo, Bruxelles ha di recente approvato i piani per l’istituzione di un Centro di coordinamento del soccorso marittimo a Bengasi, nella Libia di Haftar. Una mossa cui le organizzazioni umanitarie guardano con preoccupazione perché potrebbe fare da apripista all’individuazione della Cirenaica prima come “porto sicuro”, poi come “Paese sicuro”. E trasformarla in uno dei migliori candidati per i return hub africani su cui Meloni e la destra europea spingono.










