sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giuliano Santoro

Il Manifesto, 8 febbraio 2026

A proposito di “Novanta”, per Einaudi l’ultimo volume di Valerio Mattioli. Dopo qualche decennio di esistenza, i centri sociali autogestiti sono ancora al centro del dibattito politico. Il governo Meloni li ha identificati come nemici. I due sgomberi più emblematici degli ultimi mesi, Leoncavallo e Askatasuna, sono un segnale politico esplicito: colpire due spazi accomunati dal tentativo di rivendicare il riconoscimento di nuovi beni comuni. Fino agli eventi di questi giorni, gli scontri di Torino e l’ennesima stretta autoritaria. I fatti dimostrano che i centri sociali possono essere descritti come cascami di epoche passate e covi di nostalgici residuali ma le loro mutazioni e le loro crisi rappresentano contraddizioni, rischi e opportunità tutte contemporanee.

Per coglierle, bisogna muovere dall’ultimo decennio del Novecento, periodo in cui i csoa dilagano e interpretano bisogni, conflitti e ambizioni di più di una generazione. Si può farlo tirando il filo della storia delle idee o quello più sociologico della composizione di classe. Oppure, come ha con precisione enciclopedica fatto Valerio Mattioli in Novanta (Einaudi, pp. 546, euro 23), se ne può ricostruire l’evoluzione (contro)culturale.

A partire dalla strana ma inesorabile alleanza, non priva di contraddizioni e limiti, tra l’appartenenza sottoculturale e l’identità politica antagonista. Questo intreccio inciderà fino a contaminare definitivamente le due sfere. Si può spiegare anche analizzando le nuove forme della produzione sociale, il sapere messo al lavoro, la vita sussunta nel capitale. Si manifesta quella che Paolo Virno e gli altri post-operaisti chiamano “nuova intellettualità di massa”, che ha contribuito a scardinare le barriere tra la figura tradizionale del militante e quella dell’agitatore underground. Lo riconosce l’autore, che passando in rassegna una mole ricchissima di documenti, testimonianze, tracce va oltre la ricostruzione romantica e a tratti un po’ stereotipata di un suo lavoro precedente, Remoria (minimum fax, 2019), nel quale la figura un po’ romanticizzata del coatto veniva contrapposta provocatoriamente a quella del militante.

Mattioli adesso coglie la commistione tra le due sfere, tra sociale e politico e tra cultura e attivismo: quando la militanza diventa immediatamente produzione di comunicazione e quando questa comunicazione investe direttamente la sfera della produzione di valore siamo arrivati al cuore del problema. Il libro situa questa scoperta proprio all’inizio di quel decennio: fu un’esplosione di entusiasmo, una gioia quasi fuori luogo, dettata dal ritrovarsi dentro le facoltà occupate della Pantera e scoprire che “fare movimento” era non solo necessario, ma anche divertente. Significò guardare in faccia la propria condizione e il proprio destino. Nei party e nelle assemblee delle facoltà occupate, sperimentando i primi strumenti informatici e costruendo macchine comunicative che presto si sarebbero riversate nei quartieri di periferia, non si festeggiava un futuro radioso e incombente. Piuttosto si salutava questa consapevolezza collettiva con la felicità con la quale si ritrova un vecchio amico che si pensava scomparso.

La cavalcata dei novanta prosegue: i centri sociali arrivano alle soglie del mainstream inventando il rap italiano, sperimentano l’uso delle reti telematiche, contaminando le politiche culturali e sociali delle amministrazioni locali, sfornano innovazioni teoriche e prodotti letterari che li portano fuori dal ghetto. Tutto ciò accade, in percorsi mai lineari e contraddittori, in contemporanea alla ricerca permanente di nuove forme della politica e del conflitto. Mattioli descrive, ad esempio, la parabola delle Tute bianche, la forma più alta in termini di produzione di discorso e capacità espansiva del tentativo di fare politica con la controcultura. Le armate zapatiste con scudi di plexiglass cercano di massimizzare il valore simbolico dello scontro: divengono, al tempo stesso, espressione della più ardita forma di sperimentazione situazionista di massa e strumento di un’operazione politica rischiosa quanto necessaria.

I centri sociali sono ormai troppo: troppo popolari, troppo sotto i riflettori, troppo al centro della scena politica sociale e culturale. Ciò li costringe, ad un certo punto, a diventare grandi, a cimentarsi, per restare al doppio livello culturale e politico, con il grande pubblico e con la politica dei partiti proprio negli anni in cui l’irruzione della finanza nelle politiche urbanistiche devasta la città pubblica. Questo passaggio all’età adulta, oltre la linea d’ombra del ghetto rassicurante, avviene spesso a ranghi sciolti. I centri sociali vengono quasi seppelliti, loro malgrado e non del tutto, dalle macerie della sinistra, al culmine della stagione che, da Genova all’11 settembre, ha innescato la guerra globale permanente e l’egemonia del neoliberismo. Eserciti e concorrenza spietata non potevano che partorire il ritorno della peste nazionalista come ultima forma di gestione del comando capitalistico. Da qui deriva la sconfitta, che genera un curioso ritorno di certo marxismo scolastico che pareva seppellito dalle eresie del movimento.

L’ortodossia adesso torna, ma in chiave postmoderna e cringe: più meme che comitati centrali. Tuttavia, bisogna andare oltre le schermaglie social per capire che da quella storia tutt’altro che ortodossa che parte dai Novanta, da quell’impasto indistricabile e sempre in evoluzione, di mutualismo, sottoculture e radicalismo politico, deriva la scottante attualità dei centri sociali. Quella sì, ancora terrorizza la destra al potere. Perché le ricorda la sua fragile egemonia.