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di Errico Novi

Il Dubbio, 22 luglio 2026

Qualcuno troverà probabilmente eccessivo parlare di “legge Roggero”. Il motivo lo spiega il servizio del Dubbio dedicato specificamente alla proposta di FdI sull’esclusione, dal diritto ai risarcimenti, per chi subisce un danno dopo aver aggredito o rapinato: si tratta di una norma scritta in modo tale da non potersi applicare, in realtà, a una vicenda come quella del gioielliere, qualificata dai giudici come omicidio volontario. Ma è chiaro che il partito della premier rivendica la propria proposta in materia di risarcimenti controversi proprio ora, a meno di una settimana dalla condanna di Roggero, per dare un segnale agli elettori. Legittimo. E il punto non è nel contenuto del provvedimento che, almeno in parte, coincide con la norma già accolta dall’intero governo nell’ultimo ddl sicurezza.

Il punto è nella solitudine dell’iniziativa: di fronte a un caso di cronaca che, come già avvenuto con il referendum, divide l’intero Paese sulla giustizia, Fratelli d’Italia non agisce in sintonia con la Lega né con Forza Italia. Si prende, legittimamente, la scena da sola. E così farebbe la Lega nel momento in cui decidesse di spingere sulla proposta depositata dal suo senatore Claudio Borghi: estendere la legittima difesa in modo da far cadere i presupposti del “pericolo attuale” e della proporzione fra offesa dell’aggressore e reazione dell’aggredito: in altre parole, sparare diventerebbe sempre legittimo.

Né d’altra parte cambierebbe lo scenario qualora Forza Italia si decidesse a presentare la propria proposta sull’aggravamento della responsabilità civile per i magistrati. Ci si dividerà. Ognuno andrà per conto proprio. Non solo ora: sarà così fino alle Politiche del 2027. Ciascun partito del centrodestra proporrà e proverà ad attuare un diverso programma sulla giustizia.

È la premessa di una spaccatura politica più profonda? Può darsi. D’altronde bisogna dare i conti col fattore Vannacci. L’avanzata inarrestabile, nei sondaggi, di Futuro nazionale ha sconquassato le geometrie della coalizione. Ed è destinata a produrre un effetto anche, se non soprattutto, su Forza Italia. Perché FdI e Lega tenteranno di accorciare le distanze, sui programmi, dall’estrema destra populista. Ma per i berlusconiani l’effetto sarà centripeto. Nel senso che la polarizzazione introdotta dal possibile nuovo alleato di destra spingerà il partito di Antonio Tajani a marcare la propria diversità. E ad avvicinarsi all’altro o agli altri schieramenti. Il nuovo centro di Calenda e Picierno ma anche, almeno in prospettiva e limitatamente ad alcuni temi, i riformisti e i liberal del Pd.

Anche perché dentro FI c’è chi scalpita. Il deputato e avvocato Tommaso Calderone, per esempio. Che nell’intervista pubblicata sul Dubbio di ieri ha criticato come troppo esitante la linea del suo partito sui principi del garantismo. In realtà Marina Berlusconi ha sollecitato non a caso ad eleggere come capigruppo alla Camera e al Senato due garantisti doc quali sono Enrico Costa e Stefania Craxi. I quali ieri su Repubblica hanno firmato una lettera in cui reclamano il ritorno allo Stato di diritto, sia sulla legittima difesa sia sui provvedimenti garantisti congelati da Fratelli d’Italia, dalla prescrizione ai limiti sul sequestro degli smartphone.

E proprio i presidenti dei due gruppi parlamentari azzurri, insieme con il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, hanno innalzato una vera propria maginot dinanzi alla “legge Melillo” - chiamiamola così sempre per semplificare -, vale a dire le norme, proposte dai meloniani al Senato, che prevedono il dietrofront sulle regole approvate nell’autunno del 2023, e volute proprio dai forzisti, in materia di intercettazioni “a strascico”. La riforma agganciata poco meno di tre anni fa al decreto 105 portò la prima firma, tra l’altro, dello stesso Calderone. FI è compatta nel difenderla. Tanto è vero che il provvedimento in cui i meloniani Sandro Sisler e Gianni Berrino avevano presentato gli emendamenti-retromarcia, cioè il Dl Giustizia e immigrazione, va a passo di lumaca in commissione al Senato, e rischia di approdare in Aula senza mandato al relatore. A Palazzo Madama c’è Pierantonio Zanettin a vigilare, per i berlusconiani, che non passi la svolta cara al procuratore nazionale Antimafia. E al momento neppure Meloni e Tajani sono in grado di sciogliere il rebus.

Più di FI, casomai, è divisa al suo interno la Lega. Con tutte le primissime linee della giustizia contrarie alla legge “all’americana” di Borghi, sponsorizzata da Salvini. C’è insomma un centrodestra frammentato, sulle questioni che incrociano il diritto penale, al punto da rendere impossibile un piano comune in vista delle elezioni. Non sempre l’innesco del caos viene dalla paura per il sorpasso a destra di Vannacci: non è così, per esempio, sul nodo intercettazioni, che vede FdI irrigidirsi piuttosto per la propria connessione ideale all’antimafia di Falcone e Borsellino. Sebbene non sia sempre e solo il generale a complicare le questioni, il dato certo è che, così com’è oggi, il centrodestra capace nel 2022 di presentarsi con una linea chiara sulla giustizia è solo un lontano ricordo.