di Claudio Cerasa
Il Foglio, 1 febbraio 2021
Non è la prima volta che un governo entra in crisi sui temi della Giustizia. Questa volta però chi soffia da sempre sul fuoco del giustizialismo ha bisogno dell'aiuto di chi ha sputtanato per anni.
Nel grande romanzo della scazzottata tra Giuseppe Conte e Matteo Renzi, c'è una storia nella storia che merita di essere raccontata e che riguarda un tassello non irrilevante del mosaico della crisi di governo. In Italia ormai ci siamo abituati e quasi non ci facciamo più caso ma la verità è che ancora una volta il nostro paese si ritrova a fare i conti con una classe politica sballottata in modo violento da un mostro chiamato circo mediatico-giudiziario. La Giustizia è entrata in queste consultazioni attraverso l'avviso di garanzia ricevuto dal segretario di uno dei partiti corteggiati da Giuseppe Conte per allargare la sua maggioranza (il pm che ha indagato Lorenzo Cesa, Nicola Gratteri, ha respinto l'accusa di aver avviato un'inchiesta a orologeria affermando che "fino all'altra sera gli ho sentito dire in tv che lui e l'Udc non sarebbero entrati nella maggioranza, quindi questo problema non si è posto. Se ora qualcuno vuole sostenere il contrario lo faccia, ma io l'ho sentito con le mie orecchie", dimostrando che lo sconfinamento della magistratura nell'ambito della politica è diventato ormai così naturale al punto che un pm considera normale giustificare le tempistiche della propria iniziativa giudiziaria facendo riferimento alla situazione politica del paese).











