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di Benedetta Perilli

La Stampa, 17 agosto 2026

Rabat ha bloccato i trecento che a Ferragosto hanno provato a superare il confine. La polizia spagnola: “Quando vogliono sanno come fare”. Passata la paura della nuova ondata, la Spagna si è svegliata con una sensazione amara: la militarizzazione marocchina davanti al 15-A, l’assalto convocato sui social che il 15 agosto avrebbe dovuto riportare a Ceuta migliaia di migranti, sarebbe stato l’ennesimo messaggio di Rabat lanciato a Madrid e Bruxelles. “Quando vuole, chiude il passaggio”, ha spiegato un alto dirigente della polizia spagnola al Paìs, che ieri titolava “Il Marocco esibisce la sua forza come guardiano della frontiera”. “Quando vuole, apre”, dice José, ristoratore del centro di Ceuta.

Una teoria diffusa tra chi vive da queste parti. A differenza del 30 luglio, quando ad arrivare furono almeno 80mila, stavolta l’imponente dispositivo di sicurezza marocchino ha bloccato il presunto tentativo di ingresso di massa, finendo per isolare nei pressi di Fnideq circa 300 migranti, prevalentemente subsahariani, che dalle alture provavano a raggiungere il valico del Tarajal. Ci sono stati momenti di tensione, gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni, poi sono riusciti a fermarli e li hanno caricati su diversi autobus per trasferirli verso un imprecisato sud del Paese. Non un sospiro di sollievo però, la minaccia di nuovi ingressi di massa nell’exclave non scompare mai. Anzi, in questi giorni è ancora più drammatica. La città sta vivendo una crisi mai sperimentata: circa 5mila, secondo Madrid, 8-12mila, secondo la Città autonoma, sono i migranti entrati il 30 luglio e rimasti a Ceuta. Di questi, meno di un migliaio sarebbero nell’unico centro di accoglienza; 1800 minori non accompagnati sarebbero accolti in strutture. Gli altri sono senza dimora.

Come Jamila, che si è svegliata con i suoi due figli nel campo di vicinato Sidi Embarek, nel quartiere musulmano Los Rosales. Sono accolti in questo centro sportivo all’aperto allestito da alcuni residenti, tra teloni di plastica che coprono poco dal sole e tappeti tirati via da una moschea. Dormono per terra, come le altre 400 tra donne e minori ospitate qui, molte vittime di abusi domestici, sette incinte. Quando ha saputo che la frontiera era aperta si è incamminata verso Fnideq e poi ha iniziato a nuotare fino al Tarajal: il più piccolo in un canotto, la figlia adolescente a nuoto come lei. Lo ha fatto perché il suo bambino è malato e in Marocco le cure troppo costose, non può permettersele. Ora sogna di andare in Spagna per riuscire a farlo guarire.

Dalla periferia al centro il salto è impressionante. Lasciati i materassi gettati tra gli sterpi, il tanfo di strade diventate bagni pubblici, le file di ragazzi che a testa china si incamminano verso la casa di Sabah - la ceutina musulmana che distribuisce dalla sua abitazione acqua e pasti caldi ai migranti - il cuore di Ceuta è tutto fiori, ristoranti, pulizie straordinarie. L’amministrazione si è impegnata a lucidare il salotto della città e i migranti che bivaccano sulle panchine sono sempre meno, spinti fuori anche dalla pressione della polizia. Isabel guarda il mare della centralissima spiaggia della Ribera dalle grate che sigillano il Club Natación Caballa. All’interno accedono solo i soci. “Di solito mi sarei fatta il bagno in mare ma oggi ho paura di prendermi qualche malattia, questi migranti fanno tutto in acqua. E poi non c’è nessuno in spiaggia oggi, un anno fa non ci sarebbe stato un centimetro libero. Abbiamo tutti troppa paura che ci derubino”, spiega rammaricata questa signora della borghesia di Ceuta. E di furti, aggressioni, risse tra migranti, schiamazzi nella notte, la polizia ne conta a decine. Ci sono state anche almeno sei denunce di violenze sessuali su minorenni migranti. Qui le sirene non smettono mai di suonare, e non solo quelle delle volanti. Ci sono anche le ambulanze. La città sta sperimentando una emergenza sanitaria su due fronti: da un lato la saturazione dell’unico ospedale, dall’altro il rischio di diffusione di malattie trasmissibili legato alle scarse condizioni di igiene nelle quali sono costretti a vivere i migranti. Ci sono stati già un focolaio di gastroenterite, due casi di tubercolosi e uno di scabbia. La ministra della Salute, Mónica García, ieri in visita nell’exclave, ha negato una crisi sanitaria ma ha ammesso delle criticità.

Da dovunque la si veda, Ceuta è al collasso: decine di migranti marocchini ieri si sono seduti sotto il sole nella spiaggia del Trampolín - quella diventata una tendopoli dove alcuni giovani subsahariani hanno iniziato ad ammazzare il tempo sfidandosi in gare di lotta libera - e hanno inscenato una protesta pacifica al grido di “Libertà” e “W Pedro Sánchez”, per chiedere il diritto di asilo. Nei giorni scorsi il presidente conservatore Juan Jesús Vivas ha proposto al governo di Madrid di non considerare le richieste di asilo, facendo diffondere tra i migranti il timore di espulsioni immediate. “Non vogliamo essere più discriminati, anche noi abbiamo diritto all’asilo come chi viene dagli altri Paesi dell’Africa. Anche noi abbiamo una guerra, una guerra fredda mossa dalla corruzione della nostra classe politica che non ci permette di sopravvivere”, spiega Mourad, 36 anni, arrivato da Rabat.