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di Giulietta De Luca

La Stampa, 6 febbraio 2026

Ha insegnato per tre anni ai detenuti: “È come accendere una luce dentro le persone”. Il volume sarà presentato oggi pomeriggio alla Biblioteca di Chivasso assieme a Pietro Buffa, ex direttore del carcere delle Vallette. “Insegnare in carcere qualche volta è come accendere una luce sopra e dentro le persone”. Tazio Brusasco, torinese classe 1981, negli ultimi tre anni ha insegnato Italiano e Storia nella sezione carceraria dell’I.I.S. Giulio dentro al Lorusso e Cutugno. Lo racconta nel libro “Voci lontane” (Editrice Tipografia Baima Ronchetti), in cui riflette sui rapporti umani e i bisogni che sbocciano “tra grate e cemento”. Il volume sarà presentato oggi pomeriggio - venerdì 6 febbraio - alle 17.30 alla Biblioteca civica Movimente di Chivasso assieme a Pietro Buffa, ex direttore del carcere delle Vallette.

Cosa l’ha colpita di questa esperienza?

“Le relazioni umane positive, quel senso di autorealizzazione dato dal sentirsi uno strumento di emancipazione. La gioia quando hai un contenuto appassionante da spiegare e vedi gli studenti accendersi e incuriosirsi, proprio come quelli fuori”.

C’è tanta differenza?

“Meno di quanto si pensi. Trovo che anche nella scuola ordinaria in questo periodo si senta tanto bisogno di aiuto, me ne sono accorto tornandoci a settembre dopo la fine del triennio in carcere. Tutti questi ragazzi chiedono di essere visti e ascoltati, è una richiesta trasversale che la politica non dovrebbe ignorare. Siamo sempre alla ricerca di psicologi, sia in carcere che a scuola, e noi insegnanti possiamo essere sentinelle che colgono questo bisogno”.

Qual è il ricordo che porta nel cuore?

“Gli esami di maturità, che simbolicamente rappresentano la fine vincente di un percorso. Quando abbiamo visto i nostri ragazzi essere valutati positivamente e ricevere i complimenti dai membri esterni della Commissione ci siamo inorgogliti. Molti di loro pensavano di non farcela, poi si sono appassionati allo studio e alcuni si sono addirittura iscritti all’università, dove stanno macinando esami. È una soddisfazione immensa”.

Nel libro racconta di come abbia visto persone rimesse in libertà tornare in carcere dopo pochi giorni. Secondo lei si fa abbastanza per prevenire la recidiva e dare modo agli ex detenuti di rifarsi una vita?

“Non sono abbastanza esperto per giudicare, ma non si può pensare che spetti solo alle esigue risorse del carcere ridisegnare la vita di chi sbaglia, perché il carcere non è un’isola. L’educativa dentro serve a poco se non c’è un welfare fuori che riceve e accompagna chi si sta reinserendo. Per rifarsi una vita serve il lavoro: il tasso di recidiva, dal 70%, scende al 2% per i detenuti che hanno un contratto di lavoro. C’è la Legge Smuraglia, che ne incentiva l’assunzione tramite sgravi contributivi e crediti d’imposta per le imprese, ma è a tempo. Quasi nessuno assume una persona appena uscita dal carcere, è un circolo vizioso. Ma se questa persona ha fatto un percorso che è andato bene, basta, non si può avere lo stigma in eterno”.

Che cosa si potrebbe fare?

“Nell’ottica di fare rete, sarebbe importante che gli organi giudicanti tenessero più in considerazione le relazioni di noi insegnanti sugli allievi ai quali riconoscere premi e permessi. Siamo al servizio dello Stato e siamo a contatto con i detenuti ogni giorno”.

Per i suicidi in carcere vale lo stesso discorso?

“Spesso quelle sono scelte insondabili. Ma anche in questo caso avere prospettive può ribaltare la situazione. Per quanto ho visto, ci sono due tipi di persone che arrivano a quel gesto: quelle con livelli molto gravi di dipendenze o psicopatologie e quelle che non hanno niente, nessun appiglio per il dopo e spesso si uccidono a ridosso della libertà. In questo secondo caso la scuola può aiutare”.

Nel libro ci sono anche pagine più leggere. Qual è una curiosità che i non addetti ai lavori non conoscono?

“Alle Vallette c’è una colonia che conta circa 250 gatti. Sembra irreale: tra cancelli, uniformi e ragazzi che sciabattano, ci sono questi gatti mansuetissimi, che in ogni padiglione hanno le loro ciotole e sono davvero di compagnia. Stanno con tutti, da ognuno ricevono una carezza o uno sguardo. Regalano una parvenza di normalità, di cura, strappano un sorriso. Tra i miei allievi, ad esempio, c’era una ragazza che immaginava di dialogare con il gatto che tutte le sere si appisolava sotto la finestra della sua cella, e questo la aiutava molto”.