di Gabriele Arosio
glistatigenerali.com, 22 aprile 2026
“Scuola di perfezionamento del crimine” diceva Filippo Turati nel 1904. Un secolo dopo siamo ancora allo stesso punto, poco o nulla è cambiato. La crisi del sistema penitenziario italiano sta tutta in una semplice illustrazione di dati: alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno). Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. È talmente drammatica la crisi che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un discorso agli agenti penitenziari lo scorso marzo ha parlato di “sconfitta dello stato” per le condizioni odierne e la terribile piaga dei suicidi in aumento. Non mancano le proposte e le discussioni.
Ben due riviste di opinione se ne sono occupate con dossier articolati e documentati: a gennaio Micromega e a marzo Eco. L’impostazione dei due dossier è assai diversa nella proposta di soluzioni e alternative. Micromega affronta una documentata rassegna di discussione del valore della pena e giunge anche ad ospitare pareri che comprendono paradigmi antipunitivi fino ad una proposta di abolizione del carcere. Eco sostiene una sola tesi: costruire nuovi carceri. Questo potrebbe garantire maggiori spazi, la presenza di vere attività di socializzazione, rieducazione e reinserimento.
Il dibattito è certamente consegnato alla politica cui spetta la soluzione del dramma in corso, ma nessuno si aspetta qualcosa dall’attuale governo. Giusto perché fino ad ora ha dato corso a provvedimenti carcerocentrici e non pare per nulla interessato a ragionare di depenalizzazione di reati minori, incremento di attività socializzanti e lavorative (anzi per quanto possibile le ha anche ostacolate). Resta il dramma e lo strazio di detenuti che abitano veri e propri inferni in cui si accumulano carichi di dolore e di sofferenza alla pena ricevuta. C’è un bellissimo libro - Donatella Stasio, “L’amore in gabbia. La ricerca della libertà di un reduce dal carcere”, edito da Castelvecchi - che documenta tutto ciò e lo fa a proposito di un tema tabù della vita carceraria: l’affettività, la sessualità, l’esperienza sentimentale ed emotiva della detenzione. È un racconto reso possibile dalla passione della giornalista e dal coraggio di un detenuto che ha deciso di raccontare la propria storia fin nei suoi aspetti più intimi e personali.
“Che sia racchiusa in una sola pagina o in centocinquanta, la microstoria dell’amore in gabbia, di cui Gianluca è protagonista, ci costringe ad affacciarci sul palcoscenico di una storia più grande, quella delle regressioni democratiche in atto nel mondo, Italia compresa, di cui siamo protagonisti tutti, spesso senza esserne consapevoli, o magari sì, ma basta raccontarci un’altra storia e il gioco è fatto…Siamo dentro una storia che potrebbe non avere un lieto fine. Perciò prima che cali il sipario, è bene aprire gli occhi sulle tante microstorie di abusi, mutilazioni, gabbie che la compongono e che ci circondano, utili a scongiurare il finale peggiore” (pag. 160- 161).
Nel libro ad un certo punto Donatella Stasio invita i lettori a farsi sentire. A uscire dalla sindrome del “siamo una minoranza” a volere certe cose. Ecco adesso che conosciamo l’esito del referendum sulla giustizia potremmo davvero trovare nuovo slancio: “sono molto importanti le attività che vengono definite con un termine non felicissimo, “trattamentali”, ma che sono essenziali in questa finalità di recupero e reinserimento. Anche per rendere più alta la speranza di recupero per il futuro. E d’altronde questa, come tutti sappiamo, è una finalità prevista dalla Costituzione che la Repubblica ha l’obbligo di coltivare” (Sergio Mattarella). L’abbiamo difesa la Costituzione, adesso è il momento di vederla applicata. Donatella Stasio ci ricorda quanto è tradita, proprio nel luogo che misura la civiltà delle nazioni, cioè il carcere. “Può sembrare un paradosso, ma il Paese che si vanta a ogni angolo di “avere la Costituzione più bella del mondo” è lo stesso a ogni angolo che la tradisce e non sa trovare la voce per pretendere che sia applicata. E invece dobbiamo trovarla questa voce” (pag. 165).











