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di Nicoletta Verna

La Stampa, 2 settembre 2024

La disputa sulla libertà di espressione, i suoi limiti e i suoi legami con il potere è antica quanto il linguaggio, anche se è solo con l’evoluzione dei media che acquisisce il peso e la controversa complessità dei nostri giorni. La censura come la intendiamo oggi nasce con l’invenzione della stampa. Per i media precedenti, i manoscritti, non c’era né il bisogno né la possibilità di controllo: gli amanuensi erano isolati, disseminati fra i monasteri e i loro scritti non avevano diffusione tale da causare scandali o contese. Controllare la stampa, invece, divenne subito fondamentale. Nel 1501 papa Alessandro VI emise la prima bolla contro la stampa, e nel 1559 arrivò il primo Indice. Da allora, la storia della libertà di espressione è l’eterna ricerca di equilibrio fra la tutela di un diritto inalienabile dell’uomo, la libertà di espressione, e la necessità di controllo da parte dell’autorità, nella doppia veste di controllo delle tecnologie di informazione e controllo delle opinioni che ne vengono veicolate.

Una delle opere più illuminanti per capire questa tensione è “Tecnologie di libertà” (1983) del sociologo americano Ithiel De Sola Pool. L’autore parte dall’ovvio presupposto secondo cui la libertà di espressione sui media è questione anche e soprattutto giuridica: deve essere tutelata dalla legge, e la legge deve conoscere al meglio possibile la materia. La tecnologia, però, corre in genere più veloce della legge. I tribunali, nel dover intervenire come arbitri nei conflitti tra imprenditori, gruppi di interesse e organizzazioni politiche che si contendono il controllo dei nuovi media, procedono per analogie con il passato: il telegrafo fu paragonato alle ferrovie, il telefono al telegrafo e così via. La giurisprudenza concepita per ogni nuova tecnologia, così, in alcuni casi può dimostrarsi inadeguata: è ciò che sta avvenendo in questo momento storico (che De Sola Pool non ha visto, ma che aveva molto lucidamente predetto).

Internet e i social network hanno determinato una rivoluzione con pochi precedenti nella storia dei media, rendendo difficilissimo inquadrare il problema della libertà di espressione (e non solo) nei modi consueti. Innanzitutto, i nuovi media hanno ribaltato il modello tradizionale di selezione all’ingresso: storicamente il problema della libertà di espressione era collegato al fatto che l’accesso ai media era limitato e dunque, per preservare il pluralismo, il legislatore doveva adoperarsi affinché l’accesso alle strutture dell’informazione fosse il più ampio ed equo possibile. Oggi, invece, tale accesso è allargato a una platea pressoché illimitata, a costi molto bassi e senza nessuna intermediazione. Questo ci riporta alla situazione degli amanuensi (l’impossibilità del controllo dall’alto), ma con una diffusione dell’informazione immensa. De Sola Pool lo chiama “determinismo tecnologico morbido”: la libertà è favorita quando i mezzi sono dispersi, decentralizzati e facilmente accessibili, e viceversa. Così, per citare Mark Twain, oggi “esistono leggi per proteggere la libertà di stampa, ma nessuna che faccia qualcosa per proteggere le persone dalla stampa”.

Ovvero: per garantire la libertà di espressione, il legislatore deve più che mai tutelare i diritti di chi da quella libertà viene danneggiato. Questo è vero in relazione ai due grandi tratti favoriti dalle caratteristiche strutturali dei social network: l’hate speech e le fake news. In entrambi i casi, la scelta del legislatore è stata basarsi sull’autoregolazione. L’utente delle piattaforme social sottoscrive termini e condizioni d’uso che regolano l’hate speech, che è un reato. Quanto alle fake news, la Commissione europea ha sottoscritto con le piattaforme un Codice di condotta e autodisciplina per i contenuti diffusi online, rafforzato durante la pandemia per frenare la disinformazione sul Covid-19.

È solo la punta di un frastagliatissimo iceberg dove la realtà e le sue implicazioni sono più complesse e articolate. La lotta alle fake news durante il coronavirus, nell’attribuire di fatto ai governi il monopolio della verità, ha spesso portato a un effetto contrario di scetticismo: come osservava il grande storico Marc Bloch, infatti, proprio dove si sa che l’informazione è controllata, la credibilità delle notizie ufficiali diminuisce e si attribuisce più fiducia alle dicerie. Lo dimostra il fatto che in tempo di guerra, quando massimo è il controllo dei governi sui media, le false notizie hanno massima diffusione. Ancora, smascherare l’anonimato online significa sì andare nella direzione di una maggiore trasparenza, ma anche ostacolare i dissidenti nei Paesi privi di libertà di espressione. E così via. È per questo che il caso Durov è così significativo: perché mette in luce queste ambivalenze e ambiguità. L’impossibilità di controllare le interazioni su Telegram significa favorire la libertà di espressione, ma anche, ovviamente, infinite possibilità criminali. Il punto più interessante, a questo riguardo, è il capo d’accusa a Durov, che sembra essere non la partecipazione attiva ai reati contestati, ma l’aver messo a disposizione la piattaforma per realizzarli. Questa visione rappresenterebbe un precedente giuridico sostanziale: equiparare i proprietari di reti di comunicazione alle attività illecite dei loro utenti modificherebbe fortemente le responsabilità (e l’identità) dei vettori d’informazione e il loro rapporto con il potere e l’opinione pubblica. Ancora una volta la tecnologia è stata più veloce della legge, rendendo fragile e controverso l’equilibrio fra tutela dei cittadini, potere politico, ruolo di chi informa e di chi quell’informazione è chiamato a controllare e difendere.