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di Flavia Perina

La Stampa, 15 luglio 2024

Le nostre società hanno cancellato il valore di quelli che Alex Langer chiamava “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”: gente che rifiuta la logica della tribù e la costruzione di nemici ancestrali su cui proiettare frustrazione e paura. L’odio, che nel mondo classico era patologia del conflitto, oggi è una parola nel vento: si utilizza come facilitatore del consenso, come martello contro gli avversari, come elemento di orgoglio identitario (“ci odiano quindi siamo nel giusto”), come calcolo vittimista, o anche come grido di battaglia.

Colpisce la perfetta sintonia dell’ultradestra globale nell’additare l’attentato a Donald Trump come esito dell’odio della sinistra e dei “toni violenti contro gli avversari che rischiano di armare i deboli di mente” (questo è Matteo Salvini, ma lo dicono con parole quasi identiche Santiago Abascal, Geert Wilders, Jair Bolsonaro, Javier Milei, Elon Musk, Marine Le Pen). Nell’ora più buia dell’America i leader di ogni sovranismo affondano la spada di una nuova guerra culturale, guidati dalla lady di ferro di Mosca, Maria Zakharova, che invita gli Usa a “fare inventario delle loro politiche di incitamento all’odio contro gli oppositori politici”. Fare inventario, tesi suggestiva. Inventario delle cattiverie che hanno colpito gli amici del mondo Maga, “le destre, i fascisti, i razzisti” (sempre Salvini), e uno quasi si convince: sì, è vero, se ne sono dette di ogni contro quel tipo di avversari, e adesso che ha parlato il fucile di Mattew Crooks bisognerà aprire una riflessione.

E tuttavia l’inventario dovrebbe cominciare da chi ha sdoganato anche intellettualmente l’odio come sentimento lecito e addirittura prerogativa inalienabile della persona. Ed è straniante ricordarsi che da noi è stato il candidato di punta del mondo sovranista, Roberto Vannacci, a comiziare sull’esistenza di uno specifico diritto all’odio e a elaborare una tesi sulla difesa personale che ci porta lontano: “Se pianto la matita che ho nel taschino nella giugulare del ceffo che mi aggredisce, ammazzandolo, perché dovrei rischiare di essere condannato?”. E se percepisco quel ceffo - magari un candidato presidente - come minaccia per il mio intero mondo? E se ne immagino l’omicidio come atto estremo di legittima difesa della mia nazione?

Sì, l’inventario porta lontano e in direzione forse poco gradita a una internazionale sovranista che ha fatto la sua fortuna additando nemici reali e immaginari, gli immigrati, ogni minoranza sociale, le donne emancipate, gli scienziati dei vaccini, eccetera. Un’area che da due decenni si batte per restituire cittadinanza alle parole dell’hate-speech e ripristinare, in nome della libertà, il lessico del disprezzo omofobo o razzista con la sua implicita carica di violenza. Nell’elenco, sezione Usa, potremmo mettere uno dei video di maggior successo postati da Trump sul suo social Truth, dove si vede un pick-up in corsa con l’immagine di Joe Biden legato mani e piedi sul portellone posteriore, come una preda di guerra. O il discorso natalizio di un paio di anni fa in cui Donald augurava ai suoi avversari di marcire all’inferno.

Poi, certo, l’odio non è prerogativa politica di nessuno. È un sentimento liquido, travasa. Anche i leader della destra ne sono spesso trafitti - quegli orribili fotomontaggi a testa in giù, visti troppo spesso nei cortei, le minacce e i proiettili che obbligano tanti alla scorta - ma è pure vero che in molti, mentre lo denunciano, tendono a farne una medaglia al valore, l’elemento centrale delle loro campagne elettorali e delle loro vittorie: “le vittorie del popolo contro un intero establishment che schiuma odio” (questo è Bolsonaro). E anche adesso, dopo la sparatoria di Butler, la parola odio è già l’epicentro di un racconto semplificato sui buoni e sui cattivi, sui campioni della gente perbene e sulle perfide oligarchie che li hanno messi nel mirino di un fucile.

Funzionerà. Le nostre società hanno cancellato il valore di quelli che Alex Langer chiamava “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”: gente che rifiuta la logica della tribù e la costruzione di nemici ancestrali su cui proiettare frustrazione e paura. L’odio, che nel mondo classico era patologia del conflitto, oggi è una parola nel vento: si utilizza come facilitatore del consenso, come martello contro gli avversari, come elemento di orgoglio identitario (“ci odiano quindi siamo nel giusto”), come calcolo vittimista, o anche come grido di battaglia. “Fight”, combattete, ha urlato Donald Trump nella foto più iconica dell’attimo dopo l’attentato, che è già sulle t-shirt del mondo Maga. Di sicuro è un’immagine che resterà nella storia come prova di orgoglio e tenacia. Ma speriamo pure che nessuno la prenda alla lettera, come invito a rispondere all’odio con l’odio, alle armi con le armi.