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di Gad Lerner


La Repubblica, 10 gennaio 2020

 

Da tempo, e con buoni argomenti, da par suo, Angelo Panebianco va denunciando sul Corriere della Sera l'involuzione della nostra democrazia rappresentativa in democrazia giudiziaria.

Non senza qualche eccesso di foga - come quando sostiene che di fronte alla "penalizzazione integrale della nostra vita pubblica" dovremmo rimpiangere il Codice Rocco promulgato in era fascista quale "faro e testimonianza di civiltà giuridica" - lo scienziato politico bolognese di matrice radicale e garantista denuncia "un movimento pluridecennale di erosione costante delle garanzie individuali" che avrebbe sovvertito i rapporti di forza: assoggettando il potere politico-rappresentativo ai diktat della magistratura.

Va riconosciuto a Panebianco di aver argomentato questa amara diagnosi in totale indipendenza, senza cioè arruolarsi tra i sostenitori di questo o quel politico inquisito dai giudici. Semmai, e anche qui mi sento di dargli ragione, egli inscrive questa deriva in una storica vocazione illiberale e liberticida, per non dire forcaiola, ben radicata nella società italiana già ben prima che i leghisti sventolassero il cappio a Montecitorio, Di Pietro pretendesse di trasmigrare Mani Pulite in politica, Grillo promettesse di aprire il Parlamento come una scatola di tonno.

Leggi eccezionali furono varate con anni di anticipo sulla crisi della Prima Repubblica per reprimere il terrorismo politico di sinistra e nel tentativo di contrastare la presa di controllo delle mafie nelle istituzioni. Per quanto fosse necessario, ugualmente ne paghiamo un prezzo. Dove la teoria di Panebianco comincia a fare acqua, se posso permettermi, è nel sottostimare le responsabilità della presunta vittima: ovvero del potere politico.

Non si può sostenere che la "democrazia giudiziaria" - come lui la chiama - abbia la nefasta tendenza a travolgere le leadership politiche forti, da Craxi a Berlusconi a Renzi, fino al prossimo secondo lui destinato a cadere in disgrazia, cioè Salvini, senza indicarne il vizio d'origine. E cioè la mancata applicazione dell'articolo 49 della Costituzione, che vincolerebbe i partiti politici al rispetto di un "metodo democratico" al loro interno.

L'elusione di questa norma costituzionale, conveniente solo a ristretti gruppi dirigenti, ha contribuito a trasformare i partiti in meri conglomerati di clan e ha dato luogo a leggi elettorali sempre meno rispettose di una autentica democrazia rappresentativa. Panebianco non può non riconoscere che la fragilità della nostra democrazia è innanzitutto il prodotto di un drammatico scadimento di qualità della sua classe politica e dei metodi di selezione della medesima. Non sarà mai la leadership di un uomo forte a scongiurare la "democrazia giudiziaria".