di Sergio Bontempelli
Left, 25 ottobre 2019
Luoghi di trattenimento per gli stranieri esistevano nel Regno Unito già nel 1970 e poi in Germania a metà anni Ottanta. Nel 1977, la Francia varò un decreto ad hoc per "sanare" il caso di un pescatore marocchino sequestrato dalla polizia di Marsiglia e rinchiuso illegalmente e in segreto in un ex hangar commerciale. Negli anni, i tribunali finirono per avallare la legittimità di questi centri di detenzione per "sans papiers". Mohamed Chérif era un pescatore marocchino emigrato in Francia, a Marsiglia, a lavorare nei pescherecci del porto. Il 6 agosto 1974 si presentò al Consolato del Marocco per sbrigare una pratica burocratica, ma ebbe un alterco con un funzionario: fu cacciato in malo modo dagli uffici, e il piantone di guardia gli dette un pugno mentre stava uscendo.
Chérif era un tipo orgoglioso, e decise di sporgere denuncia in tribunale. Nella prima udienza, il legato consolare non esitò a passare alle minacce: "Il signor Chérif", disse, "ha tutto l'interesse a rinunciare a questa causa. Se si ostina a proseguirla, lo faremo rimpatriare in Marocco". Nove mesi dopo, Chérif ricevette una comunicazione scritta che lo invitava a presentarsi al Commissariato di Marsiglia: entrato negli uffici di polizia, 1'11 aprile 1975, non fece più ritorno a casa. Preoccupati della sua scomparsa, gli amici si rivolsero al suo legale, l'avvocato Sixte-Ugolini. Questi si ricordò delle minacce proferite mesi prima dal legato consolare e sospettò il peggio: provò a chiamare il Commissariato, ma le risposte furono evasive.
Così, dopo alcuni giorni, l'avvocato decise di convocare una conferenza stampa per denunciare la scomparsa del suo cliente. A quel punto però Mohamed Chérif si fece vivo. Il 19 aprile telefonò a Ugolini, raccontando una storia che aveva dell'incredibile: dopo essere entrato in Questura, era stato ammanettato e portato nelle banchine del porto di Marsiglia. Qui, gli agenti lo avevano fatto salire al secondo piano di un ex hangar commerciale, utilizzato dalla polizia come luogo segreto di detenzione per stranieri irregolari.
A Chérif era stato proibito ogni contatto col mondo esterno: niente avvocati, niente telefonate ai familiari, niente visite. Un sequestro in piena regola, che avrebbe dovuto concludersi con il rimpatrio in Marocco: ma la conferenza stampa tenuta da Ugolini costrinse la polizia a interrompere l'operazione.
Le polemiche divamparono: il governo si difese spiegando che quella di Arenc non era una prigione ma un semplice "centro di accoglienza" per irregolari, inaugurando così un equivoco destinato a durare per decenni (ancora oggi, nel dibattito pubblico, è frequente la confusione tra luoghi di accoglienza e spazi di trattenimento o di detenzione). Nel 1977, una circolare provò maldestramente a "sanare" l'illegalità del centro di Arenc, autorizzando in via provvisoria il suo utilizzo da parte della polizia.
Il sindacato degli avvocati francesi non esitò a presentare ricorso, ma il Consiglio di Stato fornì un aiuto inatteso al governo: secondo i giudici, le disposizioni emanate dai ministri dell'Interno e della Giustizia non erano illegittime in sé; il problema era che esse erano state introdotte con una circolare e non con un atto normativo. Il governo colse la palla al balzo, e varò un decreto che legalizzava la detenzione degli stranieri irregolari. La Francia, peraltro, non fu l'unico Paese europeo ad introdurre forme di detenzione, più o meno ufficiali, per gli stranieri privi di documenti. Il Regno Unito aveva aperto già nel 1970 due centri di trattenimento. Più tardi, nel 1987, fece scalpore la notizia che un centinaio di profughi di etnia Tamil erano stati internati per settimane su un traghetto in disuso ormeggiato nel porto di Harwich. In Germania, la notte di Capodanno del 1984, un incendio di vaste proporzioni era divampato nelle celle di sicurezza della stazione di polizia di Augustaplatz, a Berlino.
Si seppe poi che in quelle celle erano detenuti alcuni immigrati in attesa di espulsione, e che sei di loro erano morti perché i secondini non li avevano liberati durante l'incendio. Nel dibattito che ne seguì, l'opinione pubblica tedesca apprese con stupore che gli stranieri irregolari, e anche i richiedenti asilo, erano spesso trattenuti in strutture detentive, in violazione delle garanzie costituzionali.
Queste vicende mostrano quanto apparisse "scandalosa", all'epoca, l'idea stessa della detenzione amministrativa. L'opinione pubblica, non abbastanza "assuefatta" alle politiche restrittive, reagiva ancora con sdegno alle pratiche di internamento degli stranieri irregolari. Per molti commentatori, queste pratiche rappresentavano uno stravolgimento dello stato di diritto: individui che non avevano commesso alcun reato, che erano semplicemente sans p apiers, venivano trattati alla stregua dei peggiori criminali.
Nel corso degli anni, però, queste reazioni di indignazione si fecero via via meno intense, e le pratiche detentive vennero gradualmente accettate dall'opinione pubblica.
A questo processo di progressiva "normalizzazione" contribuì il sapere giuridico: chiamati ad esprimersi sul trattenimento, infatti, i tribunali finirono per avallarne la legittimità, pur richiamando gli Stati al rispetto di alcune garanzie procedurali (durata massima della detenzione, coinvolgimento dei giudici per la convalida dei provvedimenti, diritto alla tutela legale per gli stranieri trattenuti ecc.).
Così, la detenzione amministrativa è stata progressivamente "incorporata" nelle procedure ordinarie di trattamento dell'immigrazione irregolare, e si è diffusa in tutto il Continente: secondo una stima molto approssimativa esistono oggi, sul territorio dell'Ue, almeno 230 centri di detenzione variamente denominati.
Tali centri, peraltro, non agevolano affatto le espulsioni: meno del 40% dei migranti destinatari di un provvedimento di rimpatrio ha effettivamente lasciato il territorio dell'Ue, e questa percentuale non ha subito alcuna variazione con l'aumento del periodo massimo di detenzione. L'escalation dí misure restrittive si dimostra inefficace sul suo stesso terreno, quello del contenimento delle migrazioni.










